Scritto da Fulvio Vassallo Paleologo - Universitā di Palermo
Thursday 02 July 2009
Dopo mesi di discussioni, rinvii e voti di fiducia che hanno ignorato ogni forma di protesta, il governo Berlusconi ha approvato definitivamente in senato il disegno di legge 733, noto come «pacchetto sicurezza»: una legge che non si rivolge soltanto contro i migranti,
regolari o irregolari che siano, ma stravolge i principi sui quali si
basa lo Stato di diritto scaturito dalla Costituzione. Uno
stravolgimento di consolidati principi che trova conferma in altri
provvedimenti che il governo si accinge ad approvare.
Di seguito un'analisi dettagliata delle misure del ddl 733, orrore per orrore.
Da qualche tempo lo spettro dei graffiti popola il sogno igienista che invade il presente. Arresti, processi per direttissima, punizioni esemplari e “terapie d’urto”, sono invocati e messi in atto a sostegno di una visione integralista e candeggiata delle città. Stando alle dichiarazioni della stampa Bologna ne sarebbe addirittura ossessionata come testimoniano le energiche reazioni dell’ex sindaco Cofferati. In molte città i graffiti corrono da una casa all’altra, da un muro all’altro, dai finestrini della metropolitana ai marciapiedi, si accavallano, si sovrappongono, fino a diventare ammassi informi che irretiscono il perbenismo degli strati protetti della popolazione, quegli stessi strati per i quali le nefandezze e le imposture dei politici o le truffe dei sistemi finanziari risultano meno scandalosi e alla fin fine più sopportabili di un “orrendo scarabocchio”. Contro i graffiti che vengono associati ai fenomeni di turbolenza sociale sono stati mobilitati pure i sociologi della devianza che hanno censito ben 1.713 «opere» nella sola Bologna.
Gemma Contin, giornalista del quotidiano comunista Liberazione, è l'autrice di un pregevole libro intitolato Una scelta di parte e introdotto da una prefazione, di rara qualità, scritta da Marco Assennato. Edito dall'Istituto Poligrafico Europeo, Una scelta di parte è un libro sulla Sicilia e, lo diciamo subito, di amore nei confronti di una terra dalle straordinarie risorse e dalle eccezionali contraddizioni. Si tratta di un diario di viaggio che racconta di persone, di storie e di eventi, di un vero e proprio reportage giornalistico dal quale emerge un quadro complesso e variegato delle vicende dell'isola. Una percezione della Sicilia, quella della Contin, quasi straniata, come se con il suo sguardo partecipante e incantato l'autrice si sintonizzasse con le viscere più profonde di un paese straniero o di un luogo inconsueto.
1: teoria.
C’è, in fondo, come una persistente necessità della teoria nella pratica architettonica. Dobbiamo allora prima di tutto domandarci cosa sia questa necessità. Immediatamente, come è stato autorevolmente scritto, «non v’è dubbio che la comune ed usuale esperienza dell’architettura è meno attenta alle implicazioni teoriche o alle vicende storiche, che non all’evidenza visiva, tattile e funzionale delle architetture che viviamo nella nostra quotidianità e che dunque percepiamo principalmente secondo il loro statuto materico di luoghi edificati».
La vertenza contro lo sgombero dello Zetalab sembra avere delle evoluzioni: mercoledì scorso (17 giugno), infatti, lo Iacp ha organizzato un tavolo di
discussione coinvolgendo sia il Laboratorio Zeta che l'associazione
Aspasia.
Tutti i dettagli di questo incontro li trovate qui.
Oggi invece completiamo la pubblicazione di approfondimenti (iniziata qui e qui) sulla vicenda dello Zetalab con un contributo di Enzo Macaluso dal titolo: Progettare il futuro nello spazio mobile della metropoli.
In tutti gli articoli fin qui proposti la questione dello sgombero del Laboratorio Zeta è più un punto di partenza che un oggetto chiuso di analisi o di cronaca. Il discorso, infatti, come in quest'ultimo caso, si allarga spesso su regionamenti più ampi.[k-p]
Mio padre mi diceva di colpire per primo, di entrare nei bar e urlare l’ordine.
Mio padre diceva sempre di non farsi influenzare dagli altri.
Mio padre diceva sempre di mantenere la rotta. Diceva che si doveva mantenere la rotta delle proprie scelte. E di non cambiarla per nessun motivo al mondo. Per nessuna ragione al mondo.
Mio padre mi diceva che ero uno smidollato, che mi sarei fatto abbattere dal primo colpo di vento, che non avrei concluso niente nella vita, che non avrei mai concluso un cazzo nella vita.
Mio padre diceva sempre che non capiva come fossi potuto uscire così. Che non capiva come potessi essere figlio suo. Che non avrebbe mai pensato che suo figlio sarebbe stato uno come me. Mio padre mi percepiva. Ma non mi sentiva.
E Mark Smith, psichiatra del consultorio pubblico di Oxford, ascolta il racconto di un suo avvistamento da parte di Arun Majumdar, indiano, docente di fisica delle particelle, che ha visto una strana sagoma attraversare le pareti del proprio salotto.
Una volta verificato che il soggetto in questione non è affetto da alcuna patologia psichiatrica o disturbo psicologico, resta da chiedersi cosa sia davvero avvenuto in quella stanza.
Questo è ciò che avviene nelle primissime pagine di Asia Andarson e i fantasmi del tempo, romanzo proposto da Navarra editore e scritto da Marco Bonafede, con uno stile freschissimo ed una trama colma di colpi di scena.
Proverò a parlare di questo libro senza anticipare le sorprese che affiorano ad un ritmo vertiginoso – basta dire che ogni tre pagine la trama prende nuove, sorprendenti, direzioni - e mi concentrerò su alcune considerazioni nate a libro chiuso, quando durante la giornata mi ritrovavo a pensarci con la voglia ti ritornare a casa e continuare la lettura.
4 giorni, 2 sport, 8 campi, 4 categorie, 20 gironi, 150 squadre, più di 500 partite, più di 1500 gol, più di 1200 giocatori, 13 responsabili di campo, 8 dj, 7 speaker, una e una sola notaia (Vanessa è insostituibile) e quest'anno anche qualche fallo, perché una volta scesi in campo tutti hanno giocato per davvero, ma a fine partita il terzo tempo e le strette di mano non sono mancate mai...
I cadaveri intascano. I cadaveri incalzano. I cadaveri governano. I cadaveri evertono.
La prima volta che ho colto il cuore del problema è stata durante un viaggio in macchina. Stavamo andando dal nonno. Andavamo sempre a pranzo dal nonno, prima della partenza. Ogni domenica passavamo a comprare le paste con la panna e le portavamo dal nonno.
Il traffico era controllato dalle telecamere. Che facevano le fotografie. Ricordo le battute di mio padre. Ricordo che diceva di mettersi in posa. Che ci facevano la foto. La mamma non rideva. E io non capivo. Diceva di mettersi in posa. Che ci avrebbero fatto la fotografia. Ricordo che la mamma chiese il motivo dei cartelli segnaletici. Indicavano la presenza delle telecamere. Consigliavano di ridurre la velocità perché la strada era controllata dalle telecamere. E ci avrebbero fatto la foto se avessimo superato il limite. Mio padre accelerò. La mamma rimase in silenzio per un po’, poi chiese di nuovo il motivo dei cartelli. Se mettono le telecamere che senso ha, chiese. Che senso ha avvertire delle telecamere, se le mettono, chiese. Mio padre continuò ad accelerare. Superò il limite di velocità. Superò sicuramente il limite. La mamma restò in silenzio. Mio padre corse fino al semaforo. E non rispose mai.
La mamma non capiva il senso dei cartelli segnaletici. Ma di sicuro capisce il senso della confessione. La mamma non capiva perché la presenza delle telecamere venisse segnalata. Ma di sicuro capisce il motivo della redenzione. La mamma non coglie il senso del peccato originale. Ma di sicuro coglie il senso del perdono.
Il 22 giugno, data del riinvio delle operazioni di sgombero del Laboratorio Zeta, si avvicina. Fino ad adesso non è arrivata alcuna novità da parte delle istituzioni competenti rispetto a possibili tavoli tecnici ampliamente annunciati. Sulle pagine di questo sito continueremo a tenere aggiornati e a proporre documenti, scritti e riflessioni sulla vicenda. Nel mentre segnaliamo che anche Casa Guzzetta è sotto minaccia di sgombero e che nei prossimi giorni si moltiplicheranno le iniziative di solidarietà .
Di seguito, dopo Il futuro non è scritto della settimana scorsa, proponiamo tre scritti tra loro molto diversi, ma che nel loro insieme danno conto della complessità della storia del Laboratorio Zeta e di quanto articolata sia la solidarietà nei suoi confronti.
Il primo articolo è di Giuseppe Marsala ricercatore universitario e responsabile del Laboratorio 1 di
Progettazione Architettonica del corso di Laurea in Scienze
dell’Architettura. Il secondo è un articolo di Augusto Cavadi apparso sul settimanale Centonove dal titolo Generazione Zetalab. Il terzo è uno scritto del fantomatico Collettivo Di Fabbricato, ritrovato casualmente nei suoi polverosi archivi dal titolo Masticare la strada che manca.
Le tavole che accompagnano gli articoli sono dell'artista visionario Fantom Favara.
Claudio Collovà è un raro esempio di artista palermitano non ingabbiato nei confini della propria città. Proprio per questo il suo sguardo, anche sulla decadenza del panorama culturale palermitano, risulta particolarmente interessante.
Lo abbiamo incontrato nella sede delle sue Officine Ouragan ed è venuta fuori una discussione a 360 gradi in cui si spazia da Elliot al Malaspina, da King Lear al rapporto tra arte e politica...
Gli odori sono arrivati anche nel bagno. Sono arrivati anche sott’acqua. Gli odori della cucina della mamma. Sono tornati col suo ritorno. Con il suo corpo. E penetrano fin sott’acqua.
Cinghiale in umido. E pappardelle al sugo. Ha cucinato la mamma. Da quando è tornata cucina sempre lei. Irina non fa più niente. Non cucina più. Non lava più. Non rimette più in ordine. Fa tutto la mamma. Senza chiedere l’aiuto di nessuno. Come se non fosse mai partita, entra in cucina dall’inizio della giornata e si mette a lavorare. Come se non fosse successo niente, pulisce per terra e lucida i vetri delle finestre. Con le cuffie sulle orecchie. E i telefilm americani a farle compagnia.