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Lotta per la casa
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| 08/09/10 Manifestazione cittadina contro la "Scuola della Miseria" |
| Dal comune a via Alloro |
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| Scritto da Dario Riccobono | |||||
| martedì 07 ottobre 2008 | |||||
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A Palermo, da alcuni anni, la via Alloro ha assunto il ruolo di linea di “spartiacque” tra il passato e il futuro della città. Perlomeno così vorrebbe l’amministrazione (di centrodestra, “riconfermata” la scorsa primavera) e le lobbies ad essa collegata. Di certo, via Alloro porta ancora oggi i segni delle due anime di Palermo: palazzi in rovina – con ancora visibili i segni dei bombardamenti del 1943 – si alternano a scintillanti edifici seicenteschi restaurati e impacchettati ad uso e consumo della “gente che può”: oggi, infatti, in questa zona si vende a più di 3000€ al mq. (e ci si riferisce ad appartamenti di almeno 80-100 mq). Come in tutti i centri storici “che si rispettino”, gli abitanti storici vengono sfrattati con i più svariati espedienti : vertiginoso aumento dei canoni di affitto (da parte di padroni di casa che fino a qualche mese fa non avevano mai sottoscritto uno straccio di contratto), ingiunzioni di sfratto a causa di inagibilità (in edifici dove i padroni di casa non hanno mai speso una lira) ecc.
I residenti storici di questa zona sono (ma sarebbe meglio cominciare a scrivere “erano”) essenzialmente famiglie sottoproletarie, nel migliore dei casi monoreddito, spesso costrette a condividere spazi fatiscenti con altri familiari messi ancora peggio di loro.
A quest’anima popolare, considerata alternativamente “pittoresca” o “anacronistica” , si tenta di sovrapporre quella nuova, moderna e intrigante della nuova borghesia rampante, moderna e chic, affascinata dalle atmosfere dei quartieri antichi – ovviamente opportunamente ripuliti e tirati a lustro. Circa quattro anni fa, quindi, l’amministrazione comunale – guidata dal forzaitaliota Cammarata - si inventa una gigantesca e costosissima kermesse “culturale” per mettere in luce le meraviglie di questo quartiere di impianto arabo ma ricco di enormi palazzi del ‘500 e del ‘600. Varie società, immobiliarie e non, fiutano l’affare e cominciano a comprare con l’obiettivo dichiarato di ristrutturare e rivendere; il quartiere della Kalsa, di cui la via Alloro rappresenta uno dei confini, inizia così a trasformarsi in uno dei nuovi salotti di Palermo che, come afferma il suo Sindaco, è “la citta più cool d’Italia”. L’8 novembre scorso avviene, però, un fatto “anomalo”, di certo fuori dalla logica speculativa che ha contraddistinto questa fetta di città negli ultimi anni: il comitato di lotta per la casa “12 Luglio” occupa il Palazzo La Rosa: si tratta di un edificio di proprietà comunale il cui restauro è stato ultimato quasi tre anni fa e che, fino ad oggi, è stato mantenuto chiuso in attesa di destinazione d’uso. Una ferita si apre nel salotto buono della città, proprio nella strada simbolo, nella zona di frontiera tra la Palermo Cool e il “resto del mondo”. Una ferita che suona come un affronto - quasi personale - al sindaco e alla sua corte che, rapidamente, approntano una rabbiosa reazione inventandosi improbabili destinazioni d'uso e richiedendo l'immediato sgombero di Palazzo La Rosa sulla base delle più svariate motivazioni: ripristino della legalità, difesa del patrimonio storico-artistico, salvaguardia degli stessi occupanti. Lo sgombero arriva all'alba del 23 novembre con uno spiegamento di forze così massiccio che i residenti della zona pensano di assistere alla cattura dell'ennesimo boss mafioso. Si tratta invece soltanto di cinque nuclei familiari, uomini donne e bambini ancora una volta sbattuti per strada, ancora una volta privati del basilare diritto alla casa. Il Comitato di Lotta per la Casa “12 Luglio” è un’esperienza di lotta nata a Palermo ben 6 anni fa che rivendica l’uso sociale e abitativo del patrimonio pubblico per far fronte innanzitutto all’emergenza abitativa: ad oggi, si calcola che la graduatoria di assegnazione di alloggi popolari comprende 10.000 nuclei familiari di cui un terzo è da considerare in "emergenza abitativa". La situazione, già di per sé drammatica, è aggravata dalla gestione, pessima e clientelare, delle liste di assegnazione degli alloggi popolari nonché dall’aggravarsi delle condizioni economiche in cui versano molti nuclei familiari. Una situazione esplosiva agli occhi di tutti meno che a quelli degli amministratori che, negli ultimi tre anni, hanno assolto solo a 70 delle 10mila istanze presentate. Inutile nasconderlo, Palermo oggi vive una condizione di dilagante miseria che si spinge al di là dei ceti “tradizionalmente” deboli e che rischia di fagocitare anche il vastissimo strato della nuova generazione precaria eterogenea per età, status culturale, provenienza sociale e geografica.Il capoluogo siciliano, sbandierato quale "crocevia di culture" o "ponte del mediterraneo" si dimostra, giorno per giorno, luogo di esclusione sociale per nuovi e vecchi residenti, "indigeni" e "migranti" accomunati nello status di "ultimi". L’emergenza abitativa rappresenta segno visibile della collettiva precarietà dell’esistenza e per quanto le storie possano apparire differenti, il risultato è pressoché identico; per anni, l’amministrazione ha aggirato il problema approntando misure d’emergenza che, di fatto, si possono condensare in periodici pagamenti di locande per i “senza casa”, attingendo dalle casse comunali mentre approntava il piano di vendita del Centro Storico ricco di edifici enormi e abbandonati (è notizia di questi giorni che la terza asta pubblica per la vendita del gigantesco Palazzo Sammartino è andata deserta così come nelle due precedenti convocazioni); nel corso dell’ultima legislatura l’amministrazione ha, poi, affinato il suo progetto eliminando di fatto ogni intervento di recupero a scopo abitativo popolare e concentrandosi sulla formulazione di piani di ristrutturazione che dessero il più possibile spazio all’iniziativa privata. Da anni va avanti così, mentre il Comitato sottolinea con azioni di lotta anche eclatanti (quali ad esempio l’occupazione, durata più di un mese, della Cattedrale di Paleremo ) la necessità di individuare soluzioni forti e sostanziali alla condizione di disagio di una parte consistente del popolo palermitano e indicando i percorsi attuabili sviluppando anche una dettagliata analisi dei processi possibili quali: recupero a scopo abitativo popolare di edifici del centro storico e utilizzo dei beni confiscati alla mafia che rischiano di divenire il nuovo terreno di speculazione clientelare: lo Stato, infatti, consegna all'amministrazione la proprietà di questi beni (edifici, fabbricati, terreni,ecc.) e ne concerta la destinazione d'uso con finalità sociale. Su questi temi il Comitato "12 Luglio" ha costruito ha costruito il suo percorso di lotta occupandosi di fornire dettagliatamente dati, indicazioni, ipotesi di metodo, ecc. e sulla base di questa piattaforma di rivendicazione “radicale” (perché così viene definita la rivendicazione di un diritto fondamentale quale è la casa) ha continuato a scontrarsi sia con l’amministrazione comunale ma anche con tante altre istituzioni più o meno locali. La nuova fase di lotta prende avvio circa un mese fa: gli albergatori che ospitavano 18 famiglie in “emergenza abitativa” ricevono un fax da parte del Comune di Palermo che li informa della sopraggiunta impossibilità di continuare a pagare le stanze assegnate ai “senza casa”. In breve, ovvero da un giorno all’altro, 18 famiglie – di cui fanno parte anche 29 bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 10 anni – si trovano letteralmente in mezzo a una strada; letteralmente senza tetto e senza casa. Per pagare gli alberghi, negli ultimi tre anni l’amministrazione ha dilapidato un patrimonio:ben 3 milioni di euro l'anno e, si dice, le casse si sono ormai prosciugate (va da sé che giusto una settimana prima del famigerato fax, la giunta ha approvato una delibera di 900mila euro per alcune rassegne “culturali” riconducibili ad ambienti “amici”). L’unica soluzione prospettata alle 18 famiglie è il trasferimento – non immediato – in un campo container in allestimento all’estrema periferia della città. Il campo container è un vecchio pallino di questa amministrazione: già nell’estate, infatti, era stata prospettata questa soluzione dopo l’ennesimo sgombero di un edificio, anch’esso di proprietà comunale e abbandonato da tempo. Le stesse famiglie erano già state vittime di altri sgomberi, alcuni anche molto violenti, tra cui quello dell’Opera Pia Pignatelli: un palazzo quattrocentesco in cui erano stati sistemati dalla stessa amministrazione senza preventiva consultazione della Sovrintendenza ai Beni Culturali che, successivamente, aveva dato parere negativo. Un’odissea, quindi, culminata nella proposta di trasferimento in un campo di containers di lamiera con le pareti in lana di vetro, circondati da una recinzione sormontata dal filo spinato in una zona sperduta della città malservita anche dai mezzi pubblici (in condizione di traffico regolare occorre oltre un’ora per raggiungere il Centro, tre differenti mezzi per attraversarla tutta). Ovviamente le famiglie “in emergenza” rifiutano questa soluzione e insieme al Comitato di Lotta per la casa – cui aderiscono altre famiglie “in emergenza” – decidono di organizzare un presidio permanente sotto le finestre del Palazzo delle Aquile, sede del Consiglio Comunale. Alle 18 famiglie e al Comitato “12 Luglio” si uniscono nel presidio altri nuclei familiari che da oltre 10 mesi non ricevono il contributo di assistenza “continuativa”: un intervento economico comunale per quei nuclei a reddito minimo con un familiare affetto da invalidità superiore al 70%. Per molte di queste famiglie questo è l’unico reddito "garantito" per mezzo del quale fare fronte alle spese di gestione mensile tra cui, in primis, la rata dell’indennizzo di occupazione della casa popolare: niente sussidio, nessun pagamento e, conseguentemente, molte famiglie hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto. Risulta evidente che il “giocattolo” si è rotto, che il piano dell’amministrazione fa acqua da tutte le parti ma l’amministrazione è assente, latita, non da risposte e si limita a ribadire che le casse comunali sono vuote. Il 22 ottobre il presidio si sposta dentro il Palazzo delle Aquile e – con l’appoggio del gruppo consiliare indipendente “Altra Palermo” e di un' eterogenea rete di solidarietà cui aderiscono centri sociali, collettivi autorganizzati e comitati cittadini per la salvaguardia dei "beni comuni" – indice un’assemblea permanente nell’Aula Consiliare. La maggioranza insorge per questa “violazione” dello spazio sacro della vita amministrativa della città ma il comitato ribadisce il presidio pacifico e consente lo svolgimento dei consigli comunali obbligando però ad inserire nell’ordine del giorno la discussione su questa situazione estrema. Il Palazzo è nel caos e ognuno, ogni gruppo ogni partito, fa sfoggio delle sue “abilità”: dalle minacce agli ammiccamenti, dalle promesse all’ostruzionismo, durante i 15 giorni di presidio del consiglio comunale si assisterà a tutto il repertorio di trucchi e nefandezze della politica di palazzo. Si scatena un “tutti contro tutti” sulla pelle delle famiglie che, intanto, pernottano tra gli scranni della Sala delle Lapidi,nei banchi delle sale limitrofe, in giacigli di fortuna organizzati sui pavimenti (perché il presidente del consiglio comunale non autorizza l’ingresso di una ventina di brandine fornite dalla Caritas). In tutto questo, il sindaco Cammarata, il “bravo ragazzo” della Palermo Cool non c’è; è sparito, volatilizzato. Per la prima settimana di presidio non rilascia nessuna dichiarazione e nemmeno dopo il crollo di una palazzina nel popolare quartiere del Capo (in cui perde la vita un ragazzo di 28 anni) si manifesta limitandosi ad accettare tacitamente l’occupazione ad opera delle famiglie “sfollate”di un edificio limitrofo a quella crollato. Il sindaco non parla, la Città non parla. L’incontro tra il sindaco e il Comitato avviene in una circostanza particolare e, di certo, non voluta dal primo cittadino: una celebrazione liturgica in memoria delle vittime della mafia cui sono invitate tutte le autorità. E’ il momento più grottesco della vicenda: alla fine della celebrazione Cammarata tenta di dileguarsi – opportunamente scortato – da una porticina secondaria ma tutte le uscite sono presidiate da rappresentanti del Comitato e dalla rete di solidarietà che si è aggregata intorno a questa vertenza. In questo minuetto di ricerche di una via di fuga, il sindaco si trova improvvisamente faccia a faccia con alcuni esponenti del Comitato e assicura un appuntamento per l’indomani. Il “tavolo tecnico” si riunisce il giorno successivo in prefettura: sono presenti i rappresentanti dell’amministrazione comunale, e del Comitato (in tutte le sue declinazioni: “continuativa”, “emergenza alloggio”, “comitato di lotta” e “comitato per la giustizia sociale”) e, in qualità di garante “super partes”, il prefetto. Il Comitato presenta una piattaforma dettagliata sia nelle rivendicazioni che nelle indicazioni di possibili luoghi utilizzabili: si tratta di edifici sia di proprietà comunale che di beni confiscati alla mafia che il Demanio dello Stato ha già consegnato al Comune di Palermo. La piattaforma viene accolta: si prende atto delle rivendicazioni politiche e si decide per un’analisi tecnica delle proposte di edifici chiedendo, in cambio, la fine dell’”assedio” al Palazzo e garantendo alle 18 famiglie “in emergenza” un alloggio temporaneo che nel giro di poche ore cambia da roulottes (proposta UDC) ad albergo (proposta Forza Italia). Infine, l’amministrazione si impegna a varare entro 48 ore un impegno di spesa per far ospitare in albergo le 18 famiglie per un ulteriore mese. L’effetto di questa trattativa – e una serie di “incidenti” di gestione sul piano politico che si verificano nelle successive ore – è devastante: i nuclei familiari che si riconoscono nel Comitato rifiutano la “soluzione tampone” di un ulteriore mese in albergo, rivendicano la consegna immediata di un edificio di proprietà comunale e nelle ore successive – per l’appunto l’8 novembre – provvedono all’occupazione di palazzo La Rosa, in via Alloro. Torniamo, così, all’inizio: ovvero alla ferita apertasi nel ricco ventre della città, in un palazzo di proprietà comunale dalla destinazione misteriosa ma di certo volutamente non pensato per uso abitativo popolare. Non è accettabile, infatti, una presenza del genere sulla linea di confine tra la “Palermo Alta” e “il resto”, giusto dirimpetto a un sofisticato negozio di design, a pochi metri da alcuni luoghi-simbolo del “nuovo rinascimento palermitano” (il secondo o il terzo degli ultimi dieci anni), a pochissimi metri dal megappartamento del rampollo del sindaco Cammarata. Non è accettabile eppure accade: accade che le famiglie della zona, quelle che ancora sopravvivono in palazzi fatiscenti in attesa che si compia anche per loro il destino dello sfratto, quelle che ogni giorno “scendono” dai quartieri-dormitorio e vivono la loro giornata nelle piazze del “loro” quartiere, sbircino dal portone del Palazzo La Rosa, curiosino, si informino, raccontino di quando dieci anni fa alcuni di loro furono sgomberati con violenza inaudita da quel palazzo per lungo tempo dimenticato da tutti. Un edificio evidentemente “superfluo” che, però, oggi più che mai assume il valore simbolico di un bastione corsaro, di spazio della Città restituito ai suoi abitanti, esattamente come è avvenuto per i 15 giorni trascorsi dentro il Palazzo delle Aquile. Quali sono, oggi, le prospettive di questa "sfacciata" azione di lotta ancora presto per dirlo, resta comunque il fatto di avere puntato il dito contro questa nuova edulcorata versione del famoso "sacco di Palermo", contro la costruzione di nuove e blindate caste che sembra manifestarsi anche – e innanzitutto – sulla base del luogo di residenza, contro la sommersione delle emergenze e dei conflitti dietro la scenografia cool della Palermo rinata.
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