| Home |
| Chi siamo |
| Editoriali |
| Articoli |
| Inchieste |
| Interviste |
| Recensioni |
| Approfondimenti |
| Fiction |
| Kom-zilla |
| Frontiere/Migranti |
| Appelli |
| News |
| 08/09/10 Manifestazione cittadina contro la "Scuola della Miseria" |
| < | Settembre | > |
| Lu | Ma | Me | Gi | Ve | Sa | Do |
| 30 | 31 | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 |
| 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 |
| 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 |
| 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 |
| 27 | 28 | 29 | 30 | 1 | 2 | 3 |
| Crisi economica e Mezzogiorno - In Sicilia incombe la recessione (2/2) |
|
|
|
| Scritto da Ninetto De Biovedagne | |||||||||||||||||||||||||||||||||||
| domenica 15 febbraio 2009 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
I DATI DELLA CRISI NEL MEZZOGIORNO E IN SICILIA
Il contesto socio-economico del Mezzogiorno e della Sicilia, già prima dell'irruzione della crisi economica di questi ultimi mesi, risultava, dunque, pesantemente condizionato dalle misere condizioni di vita di una rilevante porzione della società meridionale, dall'assenza delle adeguate risorse e di un efficiente Welfare, da una complessiva disparità ed ineguaglianza nella distribuzione del reddito. La recente recessione si è innestata in un contesto fortemente indebolito e vulnerabile. E quel che è peggio, le previsioni per il 2009 e per il futuro non promettono nulla di buono. Infatti, nel Mezzogiorno e in Sicilia la recessione avrà effetti ancora più devastanti e le misure caritatevoli approntate dal Governo serviranno soltanto a elargire pochi spiccioli di elemosina senza alcuna strategia di rilancio produttivo ed economico. La direzione dell'Inps ha diramato nel frattempo i dati relativi al numero totale di social card attivate in Italia. Palermo è risultata, dopo Napoli, la seconda città sul territorio nazionale per carte acquisti caricate, 28.423 su 38.110 richieste. Il dato testimonia della grave condizione sociale e di povertà in cui versa una consistente fetta della società palermitana. In Sicilia, la seconda città dopo Palermo per la richiesta di social Card è Catania, con 33.042 domande e con 24.893 ricariche effettuate sugli aventi diritto. Sempre secondo una ancor più recente indagine della Svimez, anche per quanto riguarda la produzione di ricchezza la Sicilia è agli ultimi posti: nel 2007 il prodotto per abitante è risultato pari a 16.789 euro, circa la metà del prodotto pro capite del Centro-Nord, che è di 30.381 euro. La disoccupazione rilevata dall’Istat, che considera unicamente chi ancora cerca un lavoro, si attesta sul 20%. Se si considera il rapporto tra gli occupati e la popolazione attiva aumenta il divario con il dato nazionale. Secondo il diciottesimo rapporto sull'economia meridionale della Fondazione Curella, i disoccupati in Sicilia sono ormai 883 mila. Come drammatica conseguenza è ripreso di gran lena il fenomeno dell'emigrazione e oramai, in Sicilia, non si contano più i paesi spopolati. Inoltre, l'indice di povertà relativa si è attestato al 30,6% (il più alto d'Italia). A tutto questo si aggiunga il fatto che la politica di bilancio regionale ha causato un deficit strutturale di oltre 2 miliardi di euro con l'85% del bilancio impegnato in spese correnti.
Per finire, a causa della crisi congiunturale che sta imperversando sul Mezzogiorno, si registra un rallentamento nella dinamica di crescita, soprattutto per le aziende attive nell'industria e nei servizi. Le difficoltà percepite dalle imprese del Sud sono in larga parte riconducibili a due elementi principali: da una parte è necessario ricordare che l'accesso al credito è diventato sempre più difficile e problematico. Dall'altro lato, la forte biforcazione nello sviluppo delle infrastrutture e nell'erogazione di servizi pubblici essenziali aumenta il divario delle prestazioni tra la Sicilia e le altre regioni più vicine alla media nazionale.
LA LEGGE 185 È INEFFICACE ANCHE PER LA SICILIA
Se dovessimo, invece, tracciare un bilancio relativo ai provvedimenti del Governo non potremmo che evidenziare come nella legge anticrisi la direzione assunta dall'attuale maggioranza, con la colpevole complicità dei gruppi parlamentari del PDL e del Movimento per l'autonomia di Lombardo, è di segno contrario a quello auspicato. A cominciare dal fatto che il provvedimento legislativo approvato dal Senato non contiene alcuna disposizione rivolta specificatamente al Mezzogiorno. E dire che nella legge non mancano certo le attenzioni a provvedimenti focalizzati su temi e obiettivi specifici, disorganici e fuori luogo rispetto alla natura e alle finalità del dispositivo. Si pensi, per dirne una, al comma 18-bis che assegna un milione di euro alla Fondazione Bietti per la ricerca in oftalmologia. Anziché provvedere al rilancio economico e produttivo della Sicilia con l'approvazione di una serie di misure adeguate alla bisogna, si è assistito al sistematico dirottamento di ingenti quantitativi di risorse distratte dalla loro destinazione normativa. È il caso dei Fondi FAS: i tagli operati sulla dotazione del Fondo per le aree sottoutilizzate, e presenti anche in questa legge, confermano una tendenza del Governo a dirottare un fetta consistente delle risorse in direzione di opere e interventi che sono lontani dalla loro originaria finalità di sviluppo e quasi mai localizzati nel Mezzogiorno. Si pensi al miliardo e ai quattrocento milioni sottratti in tre anni e che sarebbero dovuti servire per la realizzazione di infrastrutture delle Ferrovie dello Stato. Il Fas è il risultato della convergenza di due fondi del Ministero dell'Economia e delle Attività produttive e la sua utilizzazione è condizionata al fatto che l’85% delle risorse dovrebbe essere investito nel Mezzogiorno. Il Fas dovrebbe convogliare la maggior parte dei finanziamenti europei verso le regioni meno competitive e proprio per questa ragione sembrerebbe naturalmente riservato proprio al Mezzogiorno. Il governo, tuttavia, ha tagliato una parte delle risorse assegnate originariamente al Fas sottraendogli tredici degli originari 63 miliardi di euro e vorrebbe togliere altri 8 miliardi sui 15,3 dal Fondo Sociale europeo, che serve a promuovere nuovi posti di lavoro e alla riqualificazione professionale dei lavoratori, per stornarli verso la copertura degli ammortizzatori sociali. Inoltre, il governo ha continuato ad attingere dal Fas per le ragioni più disparate con tagli di vario genere e dirottamenti successivi che hanno ridotto il Fondo fino a farlo scendere dai 63 previsti ai 40 miliardi di adesso (vanno sottratti anche 7,3 miliardi assegnati dall'ultimo Cipe al Fondo Matteoli per le infrastrutture). Dalla necessità di ripianare i deficit dei comuni di Catania e Roma all’emergenza rifiuti della Campania, solo nel 2008 sono stati sottatti al Fas 17 miliardi di euro. Nell’anno 2009 dei 6,9 miliardi di euro inscritti in bilancio sono stati sottratti ben 4 miliardi. Si tagliano dunque i fondi ordinari per lo sviluppo e le infrastrutture nel Meridione e vengono destinati per altri obiettivi circa 13 miliardi di euro. A questo si aggiunga la prospettiva del federalismo fiscale voluto dalla Lega Nord e col quale, in sostanza, si vogliono eliminare i trasferimenti compensativi dalle regioni più ricche a quelle più povere dello stivale. In una recente audizione di fronte alle Commissioni bilancio e finanze della Camera, il direttore della Svimez Riccardo Padovani ha riferito che l'impatto del federalismo sul Mezzogiorno può essere quantificato in una diminuzione di circa un miliardo di euro delle risorse da destinare al Sud. La legge 185 individua, inoltre, una nuova modalità per calcolare il costo dell’energia. Con un emendamento proposto dalla Lega nord si prevede un calcolo differenziato del costo dell’energia in base al quale il prezzo finale per le tre macroregioni individuate sarà determinato dai prezzi che quotidianamente verranno offerti sul mercato. In questo modo, per il Mezzogiorno e per la Sicilia sarebbero riservate tariffe elettriche maggiorate, con un prezzo dell’energia elettrica in alcuni casi superiore del 20% rispetto alle aree sviluppate dell’Italia. Le nuove regole per la Borsa elettrica non saranno più basate sul calcolo del prezzo marginale più alto definito sull’offerta nazionale ma dal prezzo più basso sui tre mercati ripartiti sulle tre aree geografiche dell'Italia. Il problema nasce perché nel Meridione gli impianti sono meno efficenti ed il costo rischia di lievitare da 130 euro a 200 euro a MWh contro i 70-80 euro a MWh del nord. Con la divisione della rete elettrica nazionale in tre macro-regioni il costo dell'energia sarà più basso lì dove è più facile importare energia nucleare dell'estero e dove la concorrenza tra i produttori è più efficace. Viene a mancare dunque un prezzo unico nazionale calmierato sostituito dalla differenziazione territoriale dei costi dell'energia. Tutto questo, nonostante la Sicilia sia una delle regioni con il maggior numero di impianti per la produzione dell'energia elettrica. In conclusione, sembra che si possa affermare senza tema di smentita che gli ultimi provvedimenti governativi della coppia Berlusconi-Tremonti vadano nella direzione di un sostanziale indebolimento della già fragile struttura economica della Sicilia. Erano stati sbandierati 80 miliardi per fronteggiare la crisi, restano pochi miliardi per le infrastrutture (le cosiddette grandi opere), risorse per la maggior parte sottratte al Fondo per le aree sottosviluppate. In altri termini, risorse sottratte al Mezzogiorno.
LA SICILIA MEZZOGIORNO D'EUROPA
Ma su questa questione, per evitare che si faccia il gioco dello scarica barile, occorre fare chiarezza: il fatto è che il governo regionale troppe volte ha dato dimostrazione, si pensi ai fondi europei, di incapacità nella programmazione e nella utilizzazione delle risorse destinate allo sviluppo. È sufficiente pensare proprio agli stessi fondi Fas: è a disposizione della Regione un budget di circa 4 miliardi di euro da destinare ad opere pubbliche e assegnato alla Sicilia con una delibera del 21 dicembre 2007. Ebbene, il presidente Lombardo, che fa la voce grossa col governo nazionale per dimostrare di avere a cuore gli interessi della Sicilia e che poi, con la propria delegazione alle Camere, vota la fiducia al decreto che taglia gli stessi fondi al Sud, non riesce a spendere quest'altra fetta dei fondi Fas: l'amministrazione, infatti, non riesce a esitare il Documento unico di programmazione col quale stabilire quali interventi finanziare. Il documento, che dovrebbe armonizzare l'utilizzazione dei fondi statali e comunitari, non è infatti stato ancora approvato. Senza programmazione, i fondi non serviranno per colmare il divario di infrastrutture con il Nord o eliminare gli altri ostacoli allo sviluppo del Sud.
Per affrontare il tema della dualizzazione dell'economia e della divaricazione di ricchezza tra il Nord e il Mezzogiorno occorre ripensare e rideclinare in modo efficace l’intervento pubblico. Per dirla con una classica, ma quanto mai attuale, semplicazione, il problema è cosa, per chi e come produrre. In fondo, dati alla mano, è oramai un fatto conclamato che la fase più proficua per il Meridione coincise con la politica dell'intervento straordinario tra la metà degli anni '60 e la metà degli anni '70. Sono gli anni in cui la distanza tra il Nord ed il Sud del Paese in termini di Pil pro capite si riduce notevolmente. E sono gli anni in cui la grande impresa pubblica ad alta intensità di capitale catalizza gli investimenti dell'intervento straordinario. Di contro, gli anni '90 sono lì a testimoniare il fallimento dell'esperienza dei distretti. Il presupposto da cui si originava quella stagione era legato alla convinzione che potesse funzionare anche nel Mezzogiorno la filosofia dello sviluppo autocentrato, forza della terza Italia. I risultati sono stati, pur tuttavia, alquanto modesti. Se si aggiunge il fatto che la prima impresa economica del Meridione è la criminalità organizzata (il fatturato annuo di Cosa Nostra è di circa 150 miliardi di euro) si può capire a quale stato di avanzata decomposizione si sia spinta la crisi. Vale la pena, allora, di prospettare un modello economico alternativo che intercetti la crisi e aiuti a superarla, un modello che trascenda l'arbitrio assoluto di capitalisti e finanzieri e che tuteli lavoratori e pensionati, utenti dei servizi e cittadini. È necessario rilanciare l'economia con l'intervento pubblico e con una seria politica redistributiva. È necessario costruire un consenso sull’opportunità di una politica per il Mezzogiorno veicolando la convinzione che politiche per il Sud possono essere un bene per tutto il paese. In conclusione, si è scritto che la crisi è sistemica e globale. Non si tratta semplicemente della congiuntura altalenante all'interno del ciclo capitalistico di produzione e di riproduzione ma di un cambiamento qualitativo radicale, e dalla consistenza ancora imprevedibile, che determina la necessità di modificare i paradigmi classici con i quali viene interpretata la realtà economica. La portata drammatica della crisi, d'altra parte, costringe a vedere le capacità distruttive che insistono dentro il rapporto sociale capitalista e invita a pensare forme di insubordinazione di classe in grado di rideclinare, a partire dal conflitto sociale, mezzi, destinatari e fini della produzione economica. Gli spiriti animali del capitalismo producono una drammatica divaricazione tra i bisogni della riproduzione sociale e i costi della riproduzione di un sistema che non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio indefinito accrescimento. Insomma, se si vuole che l’aumento della spesa pubblica riguardi la spesa sociale per la scuola e la formazione, per la sanità e le pensioni, per sussidi di disoccupazione e per nuove forme di intervento e programmazione per il Mezzogiorno, occorre dare nuova linfa al conflitto sociale. Solo da qui possono innescarsi processi che provvedano alla istituzionalizzazione di nuovi rapporti di forza politici ed economici. Oggi più che mai tocca ad un rinnovato protagonismo del mondo del lavoro, dei movimenti e della società civile organizzata impedire un'uscita a destra dalla crisi per evitare che ad essere salvate e sostenute siano soltanto le banche e le società finanziarie. Non c'è altra strada che quella di permettere che nelle istanze e nelle rivendicazioni del lavoro, della cooperazione sociale e della tutela ambientale, si incarni quella razionalità collettiva in grado di tutelare il comune dai meccanismi autodistruttivi del capitale per redistribuire così la ricchezza sociale.
Powered by !JoomlaComment 3.12 Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved. |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||


Ultimi commenti