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Crisi economica e Mezzogiorno - In Sicilia incombe la recessione (2/2) PDF Stampa E-mail
Scritto da Ninetto De Biovedagne   
domenica 15 febbraio 2009

ImagePubblichiamo la seconda parte della nostra inchiesta sulla crisi economica nel Mezzogiorno e in Sicilia. Nel frattempo, come scrivevamo nell'introduzione della prima parte, lo scontro all'interno della maggioranza del governo della Regione siciliana per il controllo dei centri della spesa pubblica, dalla Sanità alle nomine dirigenziali ai vertici della burocrazia regionale alla gestione dei fondi europei, è esploso in tutta la sua scandalosa evidenza. A testimonianza del fatto che il ceto politico affaristico che gestisce il mercato del consenso clientelare non arretra dinnanzi a nulla, neanche di fronte alla drammatica emergenza economica che i cittadini siciliani stanno soffrendo.[K-p]



I DATI DELLA CRISI NEL MEZZOGIORNO E IN SICILIA

ImageLa Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez, ha di recente fotografato, sulla base dei dati Eurostat e Istat relativi agli anni 2005 e 2006, la qualità della vita e il livello di reddito delle famiglie del Mezzogiorno. Dai dati emerge una condizione di generalizzata indigenza con più di un meridionale su 3 esposto al rischio povertà: gli italiani poveri sono circa 11,5 milioni ma più di 7 milioni vivono nel Sud del Paese. Per la Sicilia, il triste primato di regione più povera: nel 2005, per esempio, il 23% delle famiglie ha avuto entrate inferiori a mille euro al mese, una famiglia su tre (il 33,5% del totale) ha guadagnato tra 500 e 1500 euro al mese e il 5% delle famiglie siciliane ha recepito un reddito inferiore a 500 euro al mese. La possibilità di trovare lavoro condiziona pesantemente l'eventualità di precipitare nel baratro della povertà. È così che il 51% dei disoccupati meridionali è a rischio, percentuale doppia rispetto al Centro-Nord (26%). A rischio povertà sono anche il 35% dei lavoratori autonomi nel Sud e quasi il 20% dei lavoratori dipendenti. Una famiglia su cinque al Sud, sulla base dei dati degli anni 2005 e 2006, ha avuto serie difficoltà per riscaldare adeguatamente la propria abitazione, il 28% delle famiglie meridionali si è dovuto privare di vestiti necessari, il 60% ha rinunciato a una settimana di ferie, quasi il 20% non ha potuto acquistare medicine, il 15% non ha potuto pagare le bollette e il 21% gli affitti.

Il contesto socio-economico del Mezzogiorno e della Sicilia, già prima dell'irruzione della crisi economica di questi ultimi mesi, risultava, dunque, pesantemente condizionato dalle misere condizioni di vita di una rilevante porzione della società meridionale, dall'assenza delle adeguate risorse e di un efficiente Welfare, da una complessiva disparità ed ineguaglianza nella distribuzione del reddito. La recente recessione si è innestata in un contesto fortemente indebolito e vulnerabile. E quel che è peggio, le previsioni per il 2009 e per il futuro non promettono nulla di buono. Infatti, nel Mezzogiorno e in Sicilia la recessione avrà effetti ancora più devastanti e le misure caritatevoli approntate dal Governo serviranno soltanto a elargire pochi spiccioli di elemosina senza alcuna strategia di rilancio produttivo ed economico. La direzione dell'Inps ha diramato nel frattempo i dati relativi al numero totale di social card attivate in Italia. Palermo è risultata, dopo Napoli, la seconda città sul territorio nazionale per carte acquisti caricate, 28.423 su 38.110 richieste. Il dato testimonia della grave condizione sociale e di povertà in cui versa una consistente fetta della società palermitana. In Sicilia, la seconda città dopo Palermo per la richiesta di social Card è Catania, con 33.042 domande e con 24.893 ricariche effettuate sugli aventi diritto.

Sempre secondo una ancor più recente indagine della Svimez, anche per quanto riguarda la produzione di ricchezza la Sicilia è agli ultimi posti: nel 2007 il prodotto per abitante è risultato pari a 16.789 euro, circa la metà del prodotto pro capite del Centro-Nord, che è di 30.381 euro. La disoccupazione rilevata dall’Istat, che considera unicamente chi ancora cerca un lavoro, si attesta sul 20%. Se si considera il rapporto tra gli occupati e la popolazione attiva aumenta il divario con il dato nazionale. Secondo il diciottesimo rapporto sull'economia meridionale della Fondazione Curella, i disoccupati in Sicilia sono ormai 883 mila. Come drammatica conseguenza è ripreso di gran lena il fenomeno dell'emigrazione e oramai, in Sicilia, non si contano più i paesi spopolati. Inoltre, l'indice di povertà relativa si è attestato al 30,6% (il più alto d'Italia). A tutto questo si aggiunga il fatto che la politica di bilancio regionale ha causato un deficit strutturale di oltre 2 miliardi di euro con l'85% del bilancio impegnato in spese correnti.

ImageSecondo i sindacati la Sicilia rischia di perdere, soltanto questo anno, circa 30 mila posti di lavoro. Tutti i settori più importanti sembrano segnati dal declino con l'adozione della cassa integrazione come viatico ai licenziamenti definitivi. Dal settore dell’edilizia, che già nel 2008 ha perso 14 mila posti di lavoro, a quello degli stabilimenti automobilistici di Termini Imerese, ai poli della cantieristica di Messina e Palermo e al polo tecnologico dell’Etna Valley di Catania. La St Microelettronics, con circa 4.500 dipendenti ed altrettanti 4.500 operai dell’indotto, viaggia ormai a scartamento ridotto e fermerà gli impianti per tutti i fine settimana del 2009. Un altro fiore all’occhiello dell’imprenditoria etnea, la Sat, azienda specializzata in elettronica, rischia di chiudere e licenziare 165 lavoratori. A rischio cassa integrazione anche i lavoratori dei Cantieri Navali di Messina, i 400 operai dell’Aicom, 350 operai delle acciaierie Duferdofin di Milazzo e, infine, 470 addetti del polo industriale di Carini. Ma la crisi morde anche i settori del commercio (2300 posti di lavoro a rischio), dei call center (2000 posti di lavoro a rischio), dell’agroalimentare (2000 posti di lavoro a rischio), dei trasporti (1200 posti di lavoro a rischio) e della grande distribuzione.

Per finire, a causa della crisi congiunturale che sta imperversando sul Mezzogiorno, si registra un rallentamento nella dinamica di crescita, soprattutto per le aziende attive nell'industria e nei servizi. Le difficoltà percepite dalle imprese del Sud sono in larga parte riconducibili a due elementi principali: da una parte è necessario ricordare che l'accesso al credito è diventato sempre più difficile e problematico. Dall'altro lato, la forte biforcazione nello sviluppo delle infrastrutture e nell'erogazione di servizi pubblici essenziali aumenta il divario delle prestazioni tra la Sicilia e le altre regioni più vicine alla media nazionale.

 

LA LEGGE 185 È INEFFICACE ANCHE PER LA SICILIA

ImageIl rilancio delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno rappresenta il presupposto per superare gli effetti negativi della crisi economica. Il Sud, e dunque anche la Sicilia, hanno notevoli potenzialità ancora inespresse e sarebbe lecito aspettarsi, per regioni così ricche di risorse sottoutilizzate come quelle del Mezzogiorno, la dovuta attenzione. E non solo perché nel Mezzogiorno e in Sicilia insistono le maggiori opportunità di crescita produttiva e straordinarie risorse immateriali e materiali, ma soprattutto perché tutto questo può retroagire positivamente sull'intero Paese. Il rilancio e il risanamento dell'Italia, e la fuoriuscita dalla attuale difficile congiuntura economica e sociale, passano di necessità per lo sviluppo del Mezzogiorno e non per la sua mortificazione.

Se dovessimo, invece, tracciare un bilancio relativo ai provvedimenti del Governo non potremmo che evidenziare come nella legge anticrisi la direzione assunta dall'attuale maggioranza, con la colpevole complicità dei gruppi parlamentari del PDL e del Movimento per l'autonomia di Lombardo, è di segno contrario a quello auspicato. A cominciare dal fatto che il provvedimento legislativo approvato dal Senato non contiene alcuna disposizione rivolta specificatamente al Mezzogiorno. E dire che nella legge non mancano certo le attenzioni a provvedimenti focalizzati su temi e obiettivi specifici, disorganici e fuori luogo rispetto alla natura e alle finalità del dispositivo. Si pensi, per dirne una, al comma 18-bis che assegna un milione di euro alla Fondazione Bietti per la ricerca in oftalmologia.

Anziché provvedere al rilancio economico e produttivo della Sicilia con l'approvazione di una serie di misure adeguate alla bisogna, si è assistito al sistematico dirottamento di ingenti quantitativi di risorse distratte dalla loro destinazione normativa. È il caso dei Fondi FAS: i tagli operati sulla dotazione del Fondo per le aree sottoutilizzate, e presenti anche in questa legge, confermano una tendenza del Governo a dirottare un fetta consistente delle risorse in direzione di opere e interventi che sono lontani dalla loro originaria finalità di sviluppo e quasi mai localizzati nel Mezzogiorno. Si pensi al miliardo e ai quattrocento milioni sottratti in tre anni e che sarebbero dovuti servire per la realizzazione di infrastrutture delle Ferrovie dello Stato.

Il Fas è il risultato della convergenza di due fondi del Ministero dell'Economia e delle Attività produttive e la sua utilizzazione è condizionata al fatto che l’85% delle risorse dovrebbe essere investito nel Mezzogiorno. Il Fas dovrebbe convogliare la maggior parte dei finanziamenti europei verso le regioni meno competitive e proprio per questa ragione sembrerebbe naturalmente riservato proprio al Mezzogiorno. Il governo, tuttavia, ha tagliato una parte delle risorse assegnate originariamente al Fas sottraendogli tredici degli originari 63 miliardi di euro e vorrebbe togliere altri 8 miliardi sui 15,3 dal Fondo Sociale europeo, che serve a promuovere nuovi posti di lavoro e alla riqualificazione professionale dei lavoratori, per stornarli verso la copertura degli ammortizzatori sociali. Inoltre, il governo ha continuato ad attingere dal Fas per le ragioni più disparate con tagli di vario genere e dirottamenti successivi che hanno ridotto il Fondo fino a farlo scendere dai 63 previsti ai 40 miliardi di adesso (vanno sottratti anche 7,3 miliardi assegnati dall'ultimo Cipe al Fondo Matteoli per le infrastrutture). Dalla necessità di ripianare i deficit dei comuni di Catania e Roma all’emergenza rifiuti della Campania, solo nel 2008 sono stati sottatti al Fas 17 miliardi di euro. Nell’anno 2009 dei 6,9 miliardi di euro inscritti in bilancio sono stati sottratti ben 4 miliardi. Si tagliano dunque i fondi ordinari per lo sviluppo e le infrastrutture nel Meridione e vengono destinati per altri obiettivi circa 13 miliardi di euro. A questo si aggiunga la prospettiva del federalismo fiscale voluto dalla Lega Nord e col quale, in sostanza, si vogliono eliminare i trasferimenti compensativi dalle regioni più ricche a quelle più povere dello stivale. In una recente audizione di fronte alle Commissioni bilancio e finanze della Camera, il direttore della Svimez Riccardo Padovani ha riferito che l'impatto del federalismo sul Mezzogiorno può essere quantificato in una diminuzione di circa un miliardo di euro delle risorse da destinare al Sud.

La legge 185 individua, inoltre, una nuova modalità per calcolare il costo dell’energia. Con un emendamento proposto dalla Lega nord si prevede un calcolo differenziato del costo dell’energia in base al quale il prezzo finale per le tre macroregioni individuate sarà determinato dai prezzi che quotidianamente verranno offerti sul mercato. In questo modo, per il Mezzogiorno e per la Sicilia sarebbero riservate tariffe elettriche maggiorate, con un prezzo dell’energia elettrica in alcuni casi superiore del 20% rispetto alle aree sviluppate dell’Italia. Le nuove regole per la Borsa elettrica non saranno più basate sul calcolo del prezzo marginale più alto definito sull’offerta nazionale ma dal prezzo più basso sui tre mercati ripartiti sulle tre aree geografiche dell'Italia. Il problema nasce perché nel Meridione gli impianti sono meno efficenti ed il costo rischia di lievitare da 130 euro a 200 euro a MWh contro i 70-80 euro a MWh del nord. Con la divisione della rete elettrica nazionale in tre macro-regioni il costo dell'energia sarà più basso lì dove è più facile importare energia nucleare dell'estero e dove la concorrenza tra i produttori è più efficace. Viene a mancare dunque un prezzo unico nazionale calmierato sostituito dalla differenziazione territoriale dei costi dell'energia. Tutto questo, nonostante la Sicilia sia una delle regioni con il maggior numero di impianti per la produzione dell'energia elettrica.

In conclusione, sembra che si possa affermare senza tema di smentita che gli ultimi provvedimenti governativi della coppia Berlusconi-Tremonti vadano nella direzione di un sostanziale indebolimento della già fragile struttura economica della Sicilia. Erano stati sbandierati 80 miliardi per fronteggiare la crisi, restano pochi miliardi per le infrastrutture (le cosiddette grandi opere), risorse per la maggior parte sottratte al Fondo per le aree sottosviluppate. In altri termini, risorse sottratte al Mezzogiorno.

 

LA SICILIA MEZZOGIORNO D'EUROPA

ImageSarebbe troppo facile ironizzare sulle affermazioni del Presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, che ha sbandierato, su TgWeb il 17.01.09 relativamente alla vicenda dei Fas e del federalismo fiscale, il “ruolo forte che la Sicilia, il suo governo e i suoi parlamentari cominciano a svolgere rispetto a un passato nel quale spesso non ci si accorgeva di quello che veniva fatto sotto il nostro naso” (Giornale Di Sicilia 18.01.09). In realtà il governo regionale non ha saputo tutelare gli interessi e i diritti di quelle centinaia di migliaia di cittadini che nell'ultima tornata elettorale gli hanno tributato valanghe di consensi. Il saccheggio delle risorse destinate alla Sicilia dimostra innanzitutto che il centrodestra siciliano si è consegnato, quale vittima sacrificale, al governo nazionale che, sotto la pressione del partito del Nord capeggiato dalla Lega, ha precipitato la classe dirigente dell’isola nel baratro di tutte le sue più interne contraddizioni, a questo punto, irrisolvibili.

Ma su questa questione, per evitare che si faccia il gioco dello scarica barile, occorre fare chiarezza: il fatto è che il governo regionale troppe volte ha dato dimostrazione, si pensi ai fondi europei, di incapacità nella programmazione e nella utilizzazione delle risorse destinate allo sviluppo. È sufficiente pensare proprio agli stessi fondi Fas: è a disposizione della Regione un budget di circa 4 miliardi di euro da destinare ad opere pubbliche e assegnato alla Sicilia con una delibera del 21 dicembre 2007. Ebbene, il presidente Lombardo, che fa la voce grossa col governo nazionale per dimostrare di avere a cuore gli interessi della Sicilia e che poi, con la propria delegazione alle Camere, vota la fiducia al decreto che taglia gli stessi fondi al Sud, non riesce a spendere quest'altra fetta dei fondi Fas: l'amministrazione, infatti, non riesce a esitare il Documento unico di programmazione col quale stabilire quali interventi finanziare. Il documento, che dovrebbe armonizzare l'utilizzazione dei fondi statali e comunitari, non è infatti stato ancora approvato. Senza programmazione, i fondi non serviranno per colmare il divario di infrastrutture con il Nord o eliminare gli altri ostacoli allo sviluppo del Sud.

ImageOra, non c'è dubbio che le responsabilità della recessione economica che flagellerà il Mezzogiorno ancor di più di quanto non abbia fatto fino ad adesso, non possono essere del tutto addebitabili alle classi dirigenti locali e regionali. In queste pagine si è cercato di chiarire ed evidenziare che l'integrazione monetaria dell'Unione Europea si è realizzata sulla base di parametri che, in assenza di un ruolo fortemente redistributivo della fiscalità e di una politica economica coordinata, hanno assecondato gli spiriti animali del mercato. È la rigidità dei parametri di Maastricht ad accreditare tutte quelle previsioni congiunturali che attestano un aumento del divario della ricchezza tra il Nord e il Sud e che dimostrano per il Settentrione, nel 2008, una diminuzione del Pil appena dello 0,2% laddove per il Mezzogiorno il crollo è dell'1,3%. Tuttavia, resta il fatto che troppo spesso la programmazione degli interventi di rilancio economico risente pesantemente delle politiche clientelari con le quali si costruisce in Sicilia il consenso. La lotta alla marginalizzazione economica paga, cioè, la natura tutta privatistica nel rapporto fra politica e società. Non si finirà di indagare mai abbastanza su quel sistema di potere che attraverso l'utilizzo di denaro pubblico ha costruito una trama di rapporti e relazioni che oramai ammorbano in profondità il tessuto della cosiddetta “società civile” siciliana. Favori e concessioni, consulenze e posti nei consigli di amministrazione, prebende e incarichi istituzionali, raccomandazioni e lavoro precario, società miste e fondazioni. È su questo terreno che si costruisce, nell'isola, l'egemonia delle classi dirigenti. E per realizzare, a tutti i livelli, una tela così fitta di relazioni clientelari è necessario gestire in maniera particolaristica e privatistica i flussi di denaro provenienti dall'Unione Europea e dalle istituzioni nazionali. Si assiste così ad interventi finanziati ad hoc, caratterizzati da una diffusa frammentazione e parcellizzazione che ne attenua la consistenza degli effetti, fuori da qualsiasi quadro di programmazione e di indirizzo pubblico. Se è vero che il presidente della Regione Sicilia e leader del Movimento per le Autonomie, Raffaele Lombardo, è impegnato in un’operazione di decuffarizzazione del sistema di potere che attanaglia l'isola, è anche vero che il fine ultimo di questa operazione di smontaggio consiste nel sostituire al cuffarismo il proprio sistema di potere, peraltro già collaudato e funzionante a pieno regime a Catania. È questa la ragione dello scontro che in questo momento paralizza la Regione: non c'è dubbio che tale conflitto riguarda infatti anche la gestione dei fondi europei e l'affare della Sanità regionale, come sappiamo privatizzata ma sorretta dai fondi pubblici. E la Sanità, va ricordato, è la prima voce di bilancio della Regione e permea trasversalmente quel livello alto della borghesia siciliana composto da medici, specialisti, primari e colletti bianchi. Al di là della retorica autonomista, utilizzata da Lombardo quale bandiera ideologica per accusare il potere centrale, col quale è alleato, di non destinare le dovute risorse al Mezzogiorno, resta il fatto che troppo spesso i fondi utilizzati, soprattutto quelli europei, sono stati impiegati allo stesso modo con cui venivano utilizzate le risorse della Cassa per il Mezzogiorno. Con la gestione distorta del denaro pubblico, in chiave clientelare ed elettoralistica, una intera classe dirigente locale e regionale ha organizzato consensi e preferenze. E, soprattutto, ha sperperato risorse destinate alla collettività. Si pensi al fatto che l'utilizzazione dei fondi europei sconta l'ennesima difficoltà a certificare l’intera spesa per Agenda 2000: si prevede che dei fondi destinati a colmare il gap che ci separa dal resto d'Italia, addirittura 3 miliardi di euro non verranno spesi. E relativamente alla programmazione dei fondi comunitari 2007-2013, per un importo di altri 12 miliardi di euro da investire, è sconcertante appurare come siano già passati due anni dal via alla nuova programmazione senza che la giunta Lombardo sia stata in grado di adottare nemmeno la delibera che assegna le risorse ai singoli dipartimenti, con la conseguenza della difficoltà ad emettere i nuovi bandi con cui poi potere concretamente operare.

ImageDa quanto è stato scritto risulta che l'emergenza economica in Sicilia si traduce innanzitutto nell'assenza di un'efficace azione di intervento del governo e nel deficitario spessore progettuale delle classi dirigenti presenti nel territorio. A questo si aggiunga l'assenza di una nuova programmazione e le tendenze dell’economia liberista ad accentuare il divario tra le regioni più ricche e quelle più povere. In assenza di un consistente intervento pubblico correttivo, le divergenze territoriali tra centro e periferie, tra Nord e Sud tenderanno ad amplificarsi. L'impostazione neoclassico-liberista afferma il principio di una spontanea convergenza tra le diverse aree regionali, secondo le libere dinamiche di mercato, ma nessuna prova empirica ha sufficientemente attestato questo assunto. Viceversa l'evidenza empirica, come qui è stato sostenuto, sta a dimostrare l'aumento dei livelli di divergenza economica tra il Nord e la Sicilia, oramai Sud d'Europa. La recessione economica in atto smentisce le teorie fondate sulla convinzione che esistano forze automatiche in grado di spingere le economie a convergere in termini di produttività e reddito pro capite. Anzi, a contribuire ad implementare la natura dualistica del sistema economico nazionale è proprio la crisi economica di questi ultimi mesi.

Per affrontare il tema della dualizzazione dell'economia e della divaricazione di ricchezza tra il Nord e il Mezzogiorno occorre ripensare e rideclinare in modo efficace l’intervento pubblico. Per dirla con una classica, ma quanto mai attuale, semplicazione, il problema è cosa, per chi e come produrre. In fondo, dati alla mano, è oramai un fatto conclamato che la fase più proficua per il Meridione coincise con la politica dell'intervento straordinario tra la metà degli anni '60 e la metà degli anni '70. Sono gli anni in cui la distanza tra il Nord ed il Sud del Paese in termini di Pil pro capite si riduce notevolmente. E sono gli anni in cui la grande impresa pubblica ad alta intensità di capitale catalizza gli investimenti dell'intervento straordinario.

Di contro, gli anni '90 sono lì a testimoniare il fallimento dell'esperienza dei distretti. Il presupposto da cui si originava quella stagione era legato alla convinzione che potesse funzionare anche nel Mezzogiorno la filosofia dello sviluppo autocentrato, forza della terza Italia. I risultati sono stati, pur tuttavia, alquanto modesti. Se si aggiunge il fatto che la prima impresa economica del Meridione è la criminalità organizzata (il fatturato annuo di Cosa Nostra è di circa 150 miliardi di euro) si può capire a quale stato di avanzata decomposizione si sia spinta la crisi.

Vale la pena, allora, di prospettare un modello economico alternativo che intercetti la crisi e aiuti a superarla, un modello che trascenda l'arbitrio assoluto di capitalisti e finanzieri e che tuteli lavoratori e pensionati, utenti dei servizi e cittadini. È necessario rilanciare l'economia con l'intervento pubblico e con una seria politica redistributiva. È necessario costruire un consenso sull’opportunità di una politica per il Mezzogiorno veicolando la convinzione che politiche per il Sud possono essere un bene per tutto il paese.

In conclusione, si è scritto che la crisi è sistemica e globale. Non si tratta semplicemente della congiuntura altalenante all'interno del ciclo capitalistico di produzione e di riproduzione ma di un cambiamento qualitativo radicale, e dalla consistenza ancora imprevedibile, che determina la necessità di modificare i paradigmi classici con i quali viene interpretata la realtà economica. La portata drammatica della crisi, d'altra parte, costringe a vedere le capacità distruttive che insistono dentro il rapporto sociale capitalista e invita a pensare forme di insubordinazione di classe in grado di rideclinare, a partire dal conflitto sociale, mezzi, destinatari e fini della produzione economica. Gli spiriti animali del capitalismo producono una drammatica divaricazione tra i bisogni della riproduzione sociale e i costi della riproduzione di un sistema che non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio indefinito accrescimento. Insomma, se si vuole che l’aumento della spesa pubblica riguardi la spesa sociale per la scuola e la formazione, per la sanità e le pensioni, per sussidi di disoccupazione e per nuove forme di intervento e programmazione per il Mezzogiorno, occorre dare nuova linfa al conflitto sociale.

Solo da qui possono innescarsi processi che provvedano alla istituzionalizzazione di nuovi rapporti di forza politici ed economici. Oggi più che mai tocca ad un rinnovato protagonismo del mondo del lavoro, dei movimenti e della società civile organizzata impedire un'uscita a destra dalla crisi per evitare che ad essere salvate e sostenute siano soltanto le banche e le società finanziarie. Non c'è altra strada che quella di permettere che nelle istanze e nelle rivendicazioni del lavoro, della cooperazione sociale e della tutela ambientale, si incarni quella razionalità collettiva in grado di tutelare il comune dai meccanismi autodistruttivi del capitale per redistribuire così la ricchezza sociale.

Commenti
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Davide   | | 2009-03-05 09:43:54
La sicilia ma il lavoro .
Enzo - Buffoni   | | 2009-12-08 04:30:06
sono un ex imprenditore nel settore impiantistico, residente in Sicilia a Marzo 2009 ho cessato l'attivit a causa di un drastico calo di lavoro, oggi mi trovo disoccupato, con un mutuo da pagare ed in pi le tasse sui contributi che ho versato e continuo a versare allo stato. Un rincraziamento a tutti i governanti regionali e nazionali a cui o dato il voto, Ritorniamo alla Dittatura del Fascismo molto meglio
net   | | 2010-07-26 22:16:35
NON VI BASTANO I SOLDI CHE VI SIETE FOTTUTI TUTTI VOI POLITICI DAL PIU'PICCOLO AL PIU' GRANDE , PERCHE' ORA NON VE NE ANDATE TUTTI A CASA.
AVETE CONDANNATO I DEMOCRATICI PERCHE' ERANO COLLUSI E VOI? PER LO MENO LORO FACEVANO LAVORARE CHIUNQUE MENTRE VOI VI FOTTETE SOLO I SOLDI E STATE FACENDO CHIUDERE TUTTE LE ATTIVITA' DALLA PIU' GRANDE FABBRICA ALLA PIU'PICCOLA. VERGOGNA!
CI CHIEDETE CONTINUAMENTE SOLDI , CI ARRESTATE SE LI ANDIAMO A RUBARE PER PAGARE E CI CONDANNATE SE NON AVENDONE NON PAGHIAMO , MA CHE SCHIFO SIETE .
VI SIETE MANGIATE UN'ITALIA ORA ASPETTATE SOLO CHE UN'ALTRA NAZIONE CI COMPRI ,PERCHE' NOI NON ABBIAMO PIU'SOLDI , NON C'E' PIU' ECONOMIA , E' INUTILE CHE QUEL BUFFONE DI TREMONTI SI AFFACCIA SULLO SCHERMO DICENDO CHE L'ECONOMIA STA' MIGLIORANDO CI PRENDETE CONTINUAMENTE PER IL CULO, FORSE LA VS. ECONOMIA , QUELLA PERSONALE CONTINUA A CRESCERE . AVETE GIA' PREPARATO TUTTO PER SCAPPARE QUANDO L'ITALIA FARA' IL BOOM?. IN QUALE PAESE STATE COSTRUENDO IL VOSTRO IMPERO PER VIVERE TUTTO IL RESTO DELLA VS. VITA ?(SE CI RIUSCIRETE A VIVERE ,IO MI AUGURO DI NO, CHE TUTTO IL MALE CHE CI AVETE FATTO VI RITORNI INDIETRO CON GLI INTERESSI E VI FACCIA MORIRE NEL MODO PEGGIORE)
VOI POLITICI , NON CREDETE IN DIO SIETE ANCHE FALSI SU QUESTO , CERTO NON CI CREDENO NEANCHE I PARRINI FIGURIAMOCI VOI , SE INVECE CI CREDESTE ,COMUNQUE NON LO TEMETE PERCHE' ,FORSE PIERSILVIO HA AMICIZIE ANCHE LI' , SE NO ,SE E' VERO CHE CI SARA' UNA GIUSTIZIA DIVINA SARANNO C...ZI PER VOI .
MA ORA CHE STANNO CHIUDENDO TUTTE LE FABBRICHE D'ITALIA DOVE ANDRETE A SPENDERE TUTTO IL DENARO CHE VI SIETE FOTTUTI ? VOI CHE VI PERMETTETE DI GIUDICARE GLI ALTRI ,VOI CHE BUTTATE FANGO SUI POVERI MORTALI PER COPRIRE IL PROPRIO FANGO , MA CHE UOMINI SIETE ? MA COME VI PERMETTETE VOI POLITICI ,CHE NON SIETE DEGNI NEANCHE DI BACIARE I PIEDI AL PIU' POVERO DEI BARBONE , COME VI PERMETTETE AD APPARIRE ANCORA IN TELEVISIONE ? IO AL POSTO DELLE FAMIGLIE CHE HANNO SUBITO O UN SUICIDIO O UN'OMICIDIO DI QUALCHE PARENTE FATTO IN UN MOMENTO DI DISPERAZIONE , PERCHE' CI STATE SPINGENDO PSICOLOGICAMENTE A QUESTO, VI DENUNCEREI .
SI DENUNCEREI LO STATO PER AVER INDOTTO CAPI FAMIGLIE A COMMETTERE STRAGI. SIETE VOI I VERI ASSASSINI , SIETE VOI I VERI LADRI , SIETE VOI I VERI MAFIOSI ,VOI POLITICI DI QUALSIASI COLORE (ANCHE SE ORMAI IL COLORE E GLI IDEALI DI UNA VOLTA NON ESISTONO PIU')SI PARLI, COMUNQUE IL " RICOSTRUITO BERLUSCA " E' LUI IL DANNO PIU' GRAVE DELLA NS. POLITICA ,DELLA NOSTRA ECONOMIA E DI TUTTO ,MA DI TUTTO IL RESTO DELL'ITALIA CHE NON FUNZIONA.
CI SPINGE AD UCCIDERCI FRA DI NOI , A RUBARCI A VICENDA E CON FRODE ANCHE QUEI POCHI POSTI DI LAVORO CHE CI SONO RIMASTI (MA ANCHE QUELLI FINIRANNO ).
SIETE TROPPO MARCI DENTRO , MA PRIMA O DOPO IL MARCIO SI MANGERA' ANCHE L'OSSO .
CI VUOLE UNA RIVOLUZIONE PER DISTRUGGERE TUTTO E RICOMINCIARE DA CAPO , MA SI DEVE ESSERE BEN CERTI DI AVERE DISTRUTTO LA RADICE DEL MALE , PRIMA DI RICOMINCIARE .
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