«Posso affermare che questo governo ha assestato i colpi più micidiali che siano stati mai assestati a Cosa Nostra». Così, il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, ha risposto nel suo intervento all'Assemblea regionale di Martedì 13 Aprile in merito alla fuga di notizie sull'inchiesta della procura di Catania in cui è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo ha ribadito che si tratta di «un'aggressione mediatica congegnata da menti raffinate» e ha rivendicato anche l'azione di rigore del suo governo nel settore della sanità e dei rifiuti, che ha portato a sensibili risparmi. Qui di seguito pubblichiamo l’analisi di Giovanni Di Benedetto sull’attuale quadro politico regionale.[K-p]
La ragnatela di Lombardo
Non sappiamo per quali reconditi e reali motivi il governatore della Regione Siciliana Raffaele Lombardo abbia deciso di affidare una consulenza per lo sviluppo economico e le politiche industriali a Domenico La Cavera, di anni 94. Proprio così, è scritto correttamente, novantaquattro anni.
Tuttavia, può anche darsi che il nostro abbia ritenuto di compiere un
gesto propiziatorio, considerato il fatto che La Cavera, dall’alto di
Sicindustria, fu uno degli ideologi, nel 1958, che architettarono
l’elezione a presidente della Regione dell’onorevole democristiano Silvio Milazzo, con il sostegno bipartisan
del PCI e del MSI. L’operazione Milazzo relegò per un biennio la DC di
Fanfani all’opposizione ma significò anche l’ingresso nel governo della
Regione di esponenti comunisti.
I tempi sono ovviamente cambiati ma la consulenza a La Cavera richiama alla nostra mente quanto si apprestano a fare Cracolici e Lumia traghettando il PD dentro un’organica alleanza di governo con Lombardo. Adesso, però, qualcosa sembra essersi inceppato. Proprio ieri, 13 Aprile, Lombardo ha relazionato in aula sulle infamanti accuse che gli sono precipitate tra capo e collo le scorse settimane. Lo spettro dell’ennesima interruzione anticipata della legislatura incombe all’Assemblea regionale senza che ancora siano stati approvati il bilancio e la finanziaria. Da quanto è risultato a Repubblica, che ha lanciato lo scoop, sarebbe partita un’inchiesta della Procura di Catania sui rapporti tra Lombardo e cosa nostra: il governatore indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un’informativa dei Ros, al cospetto del procuratore capo D’Agata, vedrebbe coinvolte circa settanta persone tra mafiosi e amministratori della cosa pubblica, tra i quali Raffaele Lombardo, il fratello e due deputati regionali, l’onorevole Fagone (UDC) e l’onorevole Cristaudo (PDL Sicilia). Sembra il remake della vicenda giudiziaria che nel 2008 costrinse alle dimissioni l’onorevole Cuffaro. Un film già visto, dunque. Se non fosse per il fatto che questa volta sono in ballo le prospettive dell’alleanza per le riforme con il Partito Democratico.
È proprio strano, dicono alcuni, che la bomba dell’inchiesta sia scoppiata proprio adesso, alla vigilia dell’ingresso al governo del partito di Lupo con propri assessori. È ovvio che tutto questo abbia costretto il PD, almeno temporaneamente, a sospendere la decisione sull’ingresso in giunta. Eppure, si dice, la stagione delle riforme sembrava foriera di risultati importanti: dal riordino della sanità con la riduzione a nove delle Aziende Sanitarie Provinciali alla drastica diminuzione della frammentazione dei finanziamenti comunitari, dalla riqualificazione della formazione professionale attraverso il rilancio degli antichi mestieri alla promozione in agricoltura di un importante piano di sviluppo rurale. Ma la madre di tutte le riforme resta quella della razionalizzazione del ciclo dei rifiuti con la riduzione degli Ato ad uno per provincia, la costituzione di società consortili fra comuni e provincie e la cancellazione dei quattro megainceneritori. Dice Lombardo: “la giunta è riuscita a far saltare il più grande affare della mafia infiltrata in un sistema che le avrebbe consentito un affare da 5 – 7 miliardi di euro e una rendita annua di centinaia di milioni per i prossimi 20-30 anni”.
Resta tuttavia più di qualche ragionevole perplessità relativa alla natura di provvedimenti che sembrano vuota retorica.Per quanto riguarda la sanità pubblica, sembra che si tratti di espedienti che mirano ad accentuare una gestione dal profilo ancor più aziendalista. In Sicilia occorre sempre entrare nel merito perché le riforme non sono mai neutre: qui sembra si tratti soltanto di risparmiare sui costi, tagliare posti letto e aumentare risorse da destinare alle cliniche private per le prestazioni in convenzione. In fondo il piano rifiuti sembra la fotocopia di quello di Cuffaro e i destinatari degli appalti per la costruzione di inceneritori di arcaica generazione si consoleranno, si fa per dire, con le mega parcelle dovute per la progettazione. Insomma, il vero affare del nuovo sistema di potere non risiederebbe più negli inceneritori ma nella costruzione delle pale di impianti eolici, magari mai funzionanti. Inoltre, se la riqualificazione della formazione professionale è incanalata su un binario morto, per quanto riguarda la riforma della burocrazia risulta bloccato il riordino del personale e alquanto discussa, da parte della Corte dei Conti e della Consulta, la nomina dei dirigenti esterni. I detrattori del riformista Lombardo non sembrano avere dunque tutti i torti.
Del resto in Sicilia niente è come appare e, soprattutto in politica, dietro alle verità fenomeniche si celano sempre arcani profondi e di sostanza.Le vicende siciliane alimentano sempre suggestioni esotiche e inquietanti, dietro pupi e marionette si intuiscono lotte intestine, truculente contese, tradimenti insospettabili. Cosa si nasconde allora dietro l’autonomismo acrobatico e demagogico di Lombardo? Quali scenari sono prefigurati dalle inchieste della magistratura? E, innanzitutto, cosa prospetta il futuro politico nella nostra isola?Andiamo allora con ordine. L’inchiesta che prende di mira Lombardo sarebbe imperniata sul più classico dei reati, quello di voto di scambio con il connesso concorso esterno in associazione mafiosa. Anche se ci suggeriscono che non è giusto assuefarsi al mostruoso, a pensarci bene niente di nuovo sotto il sole: la costruzione del consenso in Sicilia passa drammaticamente, sempre e comunque, per la filiera improduttiva e parassitaria delle clientele e delle raccomandazioni, dei favori in cambio delle preferenze, delle assunzioni in cambio del sostegno elettorale.
Da qui la manipolazione della pubblica amministrazione, il controllo degli appalti, la intercettazione dei flussi di denaro pubblico per oliare una macchina che contempla imprenditori e faccendieri, amministratori e burocrati, impresa criminale e mondo delle professioni. Conta gestire appalti negli enti locali, nomine nei consorzi e nei consigli di amministrazione, assunzioni clientelari nella pubblica amministrazione. La borghesia mafiosa si nutre degli affari che ruotano attorno agli appalti pubblici, al business dei rifiuti, a quello dei fondi europei e dell’acqua, e ancora alla sanità e alla formazione professionale, per finire con le energie rinnovabili, l’agricoltura, l’edilizia. Si pensi, per esempio, alla rete di rapporti intessuta dall’architetto Liga, ritenuto dalla DDA di Palermo l’erede del capomafia Lo Piccolo e per questa ragione sotto arresto da qualche settimana. Pippo Liga, che avrebbe fatto visita lo scorso anno a Lombardo, è esponente regionale del Movimento Cristiano Lavoratori e si sospetta abbia sostenuto elettoralmente il governatore alle ultime elezioni europee. La sua vicenda, al vaglio di intercettazioni telefoniche e ambientali, sembra incarnare il perverso intreccio che intercorre tra il livello mafioso-criminale ed il mondo dell’impresa, delle élite dirigenti, della burocrazia regionale e delle professioni. Operare gli opportuni distinguo all’interno di questa melmosa palude è diventato oramai pressoché impossibile.
Insomma, altro che riforme:Lombardo sembra che si sia adoperato in questi anni non per il bene della cosa pubblica, o per lanciare dopo l’affaire Cuffaro una sfida di alto profilo dal piglio moralizzatore, ma per la realizzazione di un sistema di potere affaristico e clientelare col quale sostituire quello del suo predecessore. Al riguardo si veda, per esempio, proprio la riforma della macchina della burocrazia regionale dove fino allo scorso anno, prima del riordino di assessorati e dipartimenti, la capacità del governatore di incidere con uomini, mezzi e squadre aveva mostrato la corda. Qui Lombardo si è prodigato impetuosamente per mettere mano sulla rete dirigenziale e di controllo della spesa pubblica regionale al fine di avvicendare con propri uomini di stretta fiducia i burocrati vicini a Cuffaro.
Adesso il salto di qualità.Le riforme in realtà da un lato sono una necessità, una via obbligata per risanare le casse dissanguate della Regione, per rendere il sistema più sostenibile di fronte alla voragine di bilancio con 2 miliardi e mezzo di disavanzo e per la quale si sarà costretti, se verrà approvato il bilancio, a chiedere un mutuo di 696 milioni di euro.Dall’altro lato non sono altro che una strategia proiettata sulla costituzione di un blocco di potere all’interno del quale sono organicamente inseriti i democratici del PD. Qui siamo ben oltre il modello consociativo che da diversi decenni si pratica, a forza di compromessi e mediazioni di basso profilo, nel territorio siciliano.Dietro alle tanto blaterate politiche per le riforme, che sarebbero sorrette da una inedita e avanzata cultura di governo, assistiamo alla nuova costruzione di un sistema di potere trasversale che mette dentro tutti, governo e opposizione, il partito della Borsellino e Crocetta e quello di Dell’Utri e Miccichè, destra e sinistra, conservatori e riformisti. Se pensiamo che all’Assemblea Regionale a fare opposizione sono rimasti soltanto l’UDC di Totò Cuffaro e i lealisti del PDL capeggiati da Castiglione e Firrarello non si può proprio dire che la situazione dell’isola, dal punto di vista dei suoi assetti politici, democratici e istituzionali, goda di ottima salute. In questo contesto non c’è solo la faida intestina fra fazioni e clan degli stessi partiti, nel PDL come nel PD. La prospettiva è il Partito del Sud: in Sicilia, in tempi di smottamento e successivo assestamento degli assetti di potere, le classi dirigenti hanno sempre utilizzato la bandiera dell’autonomismo per procedere alla ricomposizione, nel segno del proprio dominio, dell’egemonia per il governo della rappresentanza e il controllo dei flussi di denaro pubblico e delle risorse.
Le conseguenze di questa operazione trasformistica, con la quale la borghesia mafiosa siciliana intende continuare nella perpetuazione del proprio potere, sono sotto gli occhi di tutti. Al governo dicono che sono di destra, centristi e di sinistra, autonomisti ma sodali con lo Stato, antimafia ma garantisti. Eppure ci sarà un qualche problema se a presidente della Regione Siciliana c’è un uomo politico a quanto risulta indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e i cui assessori sono magistrati del calibro di Massimo Russo (alla sanità), ex segretario dell’associazione magistrati di Palermo, il pubblico ministero che ha coordinato le indagini sulla sanità trapanese ( a quanto pare vicina all’establishment dei cuffariani) e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un'autobomba nel 1983.
Nel gorgo mefitico del trasformismo sono tutti dentro, cattolici e moderati, sinistra e magistrati. Non si tratta dunque soltanto della deriva centrista del PD, ondivago su tutto, a partire dalla vicenda Armao. Il vero dramma è che alla Regione non ci siano più margini per la politica, nemmeno per la denuncia e il diritto di tribuna. Altro che opposizione. Dall’esterno, per il cittadino comune, si avvalora la convinzione che non ci sia più spazio per la politica, essendo questa diventata un contesto di malaffare nel quale tutte le identità e le soggettività sono intruppate in un unico contenitore. Siete tutti uguali, si sentirà, ancora più forte, ripetere e urlare. La verità è che restano solo macerie. Soprattutto lì dove è oramai smarrita e rasa al suolo ogni ipotesi genericamente alternativa, con un profilo ed un’identità anche vagamente riformatrice. Il clima e gli orientamenti della regione vanno da tutt’altra parte, lo testimonia la rassegnata passività e indifferenza con cui sono state accolte le notizie di inchieste giudiziarie su Lombardo. Il punto è allora se sarà possibile rompere l’isolamento e dare gambe, organizzazione e prospettiva al conflitto e alla costruzione di una soggettività autonoma e antagonista all’attuale assetto di potere. O si dovrà continuare ad assistere alle scandalosa gestione privatistica del potere politico senza che sia possibile aprire un serio, articolato e ampio dibattito pubblico per costruire una rappresentanza dei settori più deboli della società ed avviare la strada di un possibile cambiamento.
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