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| Un lottatore contro il suo tempo |
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| Scritto da Giovanni Di Benedetto | |||||||||||||||||||||||||
| giovedì 13 maggio 2010 | |||||||||||||||||||||||||
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SPINOZA E IL NON CONTEMPORANEO
Provo a declinare tale suggestiva tesi in una direzione che mi pare affine, anche se, certo, non identica: per dirla con Nietzsche occorre farsi inattuali, non contemporanei. La contemporaneità ci consegna un mondo di esclusione, miseria e marginalità. Non resta che lottare contro il proprio tempo, se si vuole invertire, nella direzione della trasformazione, il corso delle cose. Con la consapevolezza, però, che non c’è nessuna contemporaneità data come misura di riferimento, bensì una molteplicità di durate in cui si intersecano ed intrecciano corpi, passioni, azioni, conflitti e pratiche politiche. E con la chiara certezza che la virtù, da sola, potrebbe non bastare se non dovesse intervenire il favore della machiavellica fortuna. Il Seicento, l’epoca storica in cui vive Spinoza, è tormentato da conflitti di ogni genere, guerre che mescolano motivazioni etniche e religiose a bieche ragioni economiche legate alla progressiva affermazione del capitalismo. È la nascita del mercato, che segna la crisi delle istituzioni feudali e la transizione all’attuale struttura economico-sociale dell’esistenza borghese. È un tempo, quello del XVII secolo, segnato, come la contemporaneità, da radicali cambiamenti che indicano il sopraggiungere di un’età di passaggio. All’interno di questo quadro storico il sistema di pensiero di Spinoza risulta anch’esso inattuale, direi quasi non contemporaneo. Scrive Morfino: “Spinoza non è per nulla interessato ad una matematizzazione della natura con una finalità di previsione” (p. 30). Il filosofo olandese è maledetto perché avverte in anticipo la tendenza verso la quale si dirige il mondo moderno sotto il segno della scienza cartesiana e newtoniana: comprende cioè che la moderna civiltà occidentale modellata sul paradigma riduzionista e sulla fede nel metodo scientifico, con la sua concezione dell’universo meccanicistica e determinista, è avviata verso potenziali catastrofi. Ma non si tratta soltanto di quella peculiare capacità di guardare lontano che non può non possedere chi vive limando, levigando e vendendo lenti. Spinoza ci offre gli strumenti e le categorie per pensare in modo nuovo il rapporto tra l’uomo e la natura, per rispondere attivamente ai pericoli e agli squilibri derivanti dalla cieca fede nello sviluppo e nel progresso. Ecco perché l’ebreo di Amsterdam non è, da questo punto di vista, il più illustre esponente della modernità filosofica inaugurata dal cartesianesimo, ma il suo più autorevole avversario. Spinoza elabora criteri esplicativi che presuppongono la consapevolezza dell’unità armonica dell’uomo nella natura e, conseguentemente, elabora un modo altro di guardare il mondo che coglie, al di sotto della apparente frammentarietà della realtà fenomenica, la struttura che connette la totalità naturale. È l’affermazione della realtà cosmica come pienezza assoluta della natura, che si dispiega su un piano d’immanenza nel quale la sostanza è armonia circolare del tutto senza inizio, senza fine e senza scopo. Spinoza non elabora alcuna ontologia creazionistica, non pensa ad alcun principio primo o genere sommo dai quali dedurre l’esistenza delle cose. Al contrario, introduce la nozione di sostanza come realtà positiva, vitalità infinita, innocenza del tutto cosmico. Causando se stessa, la sostanza causa l’esistenza e l’essenza di tutto ciò che esiste nell’universo. È la trama delle connessioni concausali da cui tutto fluisce come forza eterna e vitale, non logorata o consumata da alcun nulla. Al riguardo si potrebbe parlare del primato della relazione sugli elementi: “si tratta – scrive Vittorio Morfino - di un primato ontologico che deve essere affermato su un piano epistemologico contro un empirismo ingenuo che prende le cose che compaiono di fronte al soggetto come realtà date e per sé sussistenti senza relazione alla totalità” (p. 82). Secondo Althusser, proprio Marx avrebbe fatto ricorso a questo modello di causalità immanente. Ma nel sistema spinoziano la relazionalità non è al servizio di nessuna teleologia perché la determinazione causale della natura divina si dà nella forma di una strutturale molteplicità processuale, in cui ogni realtà esiste perché attraversata dalle molteplici relazioni causali che la costituiscono. Entro una tale trama l’ordine lineare proprio della causalità transitiva è arricchito dall’insieme di connessioni che danno luogo ad un vasto e generale intreccio complesso. In questa chiave, anche la necessità è pensata, a detta di Althusser, come il divenire necessario dell’incontro di contingenti. E, circolarmente, mi pare che, in questo senso, si possa parlare di caoticità aleatoria, per sottolineare come dal determinismo di sistemi dinamici non lineari possa derivare un comportamento caotico.
In questo senso la costruzione della soggettività è la risultante della complessa e aleatoria trama di incontri e relazioni: non si tratta qui, fa bene Morfino a precisarlo, “dell’inesistenza del soggetto, ma del suo essere sempre secondo rispetto all’incontro, o meglio, al tessuto di incontri molteplici e situati su differenti livelli che, mentre lo costituiscono, ne costituiscono al tempo stesso il campo d’azione” (p. 99). Lo stesso studio delle passioni è centrato sul loro carattere relazionale, visto che sulla maggiore o minore relazionalità degli affetti è addirittura possibile definire le strutture delle interazioni fra gli individui sottoposti al regime della conoscenza immaginativa. Qui Spinoza si fa potente sovvertitore di quel dispositivo ideologico incentrato sulla paura che diviene instrumentum regni, con il quale il potere incanala a propria piacere frustrazioni e malcontenti. La paura ci allontana dall’altro, erige barriere, costruisce il capro espiatorio, fra tutte le passioni tristi è il più potente fattore ideologico di condizionamento dell’immaginario sociale. Spinoza definiva la paura come una forma di superstizione, questa evocazione del nemico in grado di causare l’inaccettabile deserto dell’odio, della guerra e della morte.
Dal fatto che la natura è una danza cosmica in continuo movimento, una trama di relazioni fra parti interagenti, segue, innanzitutto, la consapevolezza di essere necessariamente dipendenti, pena la nostra estinzione, dalla realtà naturale nella quale siamo inseriti. L’uomo è parte della natura e, di conseguenza, è esso stesso natura. L’individuo che ama la natura, che nell’amore intellettuale di Dio si comprende come più esteso, più gioioso e più amante, richiama un’idea della virtù che è intesa come utile ad un tempo individuale e collettivo. Questo sentimento di solidarietà reciproca sarà trainato dalle passioni gioiose, e in primo luogo dall’amore, passione gioiosa per eccellenza. La gioia consente all’uomo una transizione da una minore ad una maggiore perfezione: tramite il suo condizionamento, il soggetto individuale transita da una condizione di isolamento ed individualismo ad una condizione di costante interdipendenza con il sistema integrato nel quale si trova. L’amore, poi, ci permette di pervenire ad una nuova e più adeguata costituzione del nostro corpo rendendolo aperto, con una nuova disposizione ed un’accresciuta potenza, al mondo circostante e al contesto sociale e naturale nel quale ci troviamo. Insomma, conquistare la libertà significa scongiurare una deriva verso l’individualismo e realizzare se stessi in comunione con gli altri uomini. La gioiosa costituzione collettiva della socialità. Da qui prende le mosse l’esigenza di pensare la moltitudine: “il luogo originario delle passioni non è l’interiorità, ma lo spazio tra gli individui di cui l’interiorità stessa è un effetto” (p. 46). Se è vero, come scrive anche Bateson, che la relazione viene prima, allora occorrerà ripensare tutta la costellazione delle categorie politiche e, soprattutto, non sarà più possibile fare riferimento ad una contemporaneità essenziale che prenda la forma della comunità, ossia di un’identità ridotta a chiusa unità. La nozione di moltitudine, al contrario, è intrinsecamente aperta, plurale, si configura come una molteplicità sociale nella quale democraticamente comunicano e convivono differenze irriducibili. Ecco allora che “la temporalità della moltitudine deve essere pensata come il luogo del non contemporaneo, dell’impossibile contemporaneità, proprio perché lo stesso individuo è una moltitudine” (p. 48). Qui, nella traduzione politica di questa ontologia della temporalità, sorgono le difficoltà: “per essere all’altezza della temporalità plurale, l’azione non può essere strumentale, ma strategica, azione complessa e articolata nella complessità della congiuntura” (p. 77). Sembra di sentire familiari assonanze con le profonde riflessioni epistemologiche di Bateson o con quelle storiografiche, altrettanto intense, di Revelli, sull’eterogenesi dei fini. Di tale strategia dovrà dotarsi, dice Morfino, l’azione politica, che tuttavia sarà sempre fragile e soggetta agli assalti della fortuna. Non sarà possibile giudicare scontati esiti e situazioni definite: da questo punto di vista nulla vi è di necessitato se non ciò che si determina nell’intreccio come congiuntura. Fino a quando poi, non si riuscirà a dare alla pratica politica la forma di un’organizzazione e di un progetto politico, l’impresa sarà ancora più ardua e laboriosa.
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