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Solo un gioco? PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Cavaleri   
venerdì 28 maggio 2010

Image[VERSO IL MEDITERRANEO ANTIRAZZISTA 2010 / 10-13 GIUGNO VELODORMO PAOLO BORSELLINO]

 

“E' solo un gioco”. Così spiega il calcio chi non lo ama. E solo chi non ha mai giocato una partita può definire il calcio “solo un gioco”.

Intendiamoci, della frase “il calcio è solo un gioco” la nota veramente stonata è quel “solo”, messo lì apposta per sminuire e semplificare tutto quanto. Ma se il calcio fosse solo un gioco, ci sarebbero troppe cose che non si riuscirebbero a spiegare.

 

ImageAndatelo a spiegare ad esempio ad Andrés Escobar Saldarriaga difensore della nazionale colombiana che durante i campionati del mondo del 1994 venne ucciso con dodici colpi di mitraglietta, una settimana dopo aver causato l'autorete che portò all'eliminazione della propria squadra nella partita Usa-Colombia del 26 giugno, conclusasi 2-1 per i padroni di casa americani. Ditegli che era solo un gioco.
Semmai verrebbe da dire che oggi il calcio è diventato tutt'altro che un gioco. Zdenek Zeman una decina di anni fa avvertiva fuori tempo massimo che “se calcio diventa business, muore calcio”. Altro che “se diventa business”, il cacio oggi in Italia fattura centinaia di milioni di euro, ed è la seconda industria per quanto riguarda la capacità di decuplicare i guadagni nel giro di brevissimo tempo. Per la cronaca, il primo settore è il narcotraffico.

E' impossibile del resto negare che il calcio abbia una funzione di “distrazione sociale”: va bene a tutti che la gente si vada a sfogare per due ore la domenica allo stadio o che leghi i suoi stati d'animo ai destini di una squadra piuttosto che andare a sfogare quella rabbia in direzione delle vere cause del proprio disagio. Sarà sociologismo da quattro lire, ma è innegabile che questa componente ci sia.

Come è impossibile negare che il calcio sia stato un ottimo lasciapassare per le peggiori operazioni di deportazione urbana, basti pensare a come è cambiata la composizione sociale delle grandi metropoli che hanno ospitato i mondiali o, in scala ridotta, a come le vittorie del Palermo rappresentino una chiave universale che permette a Zamparini di aprire qualsiasi porta.

Che c'è da stupirsi allora se a quattro anni da calciopoli tutti i protagonisti sono stati reintegrati e il sistema è stato restaurato? Tutta la storia si è ridotta a uno scontro tra tifoserie: a nessuno importa davvero se le partite erano più o meno condizionate dagli assetti di potere, conta solo sapere a chi vanno retrospettivamente assegnati i titoli. Si è arrivati a considerare la compravendita degli arbitri come una continuazione della partita con altri mezzi.

Eppure, nonostante tutto il business che ci gira attorno, nonostante i campionati falsati, nonostante il calcio scommesse, nonostante gli scandali del doping, è impossibile sfuggire all'illusione.

Perché, comunque, quel residuo di imprevedibilità, quell'attimo di shock parossistico, il calcio te lo assicura sempre.

ImageE la realtà supera in fantasmagoria qualsiasi illusione. Pensiamo ad esempio al film Al bar dello sport irresistibile commediaccia dell'83 in cui un Lino Banfi povero in canna vince al totocalcio grazie a Jerry Calà, “Parola”, che gli suggerisce il risultato impossibile da indovinare: il 2 da mettere in Juventus-Catania, che nel film finisce 1-2.

Film, finzione, opera di fantasia per l'appunto, perché non era mai successo che il Catania vincesse a Torino contro la Juventus.

Non era mai successo. Fino al 20 dicembre scorso quando ventisei anni dopo il film di Massaro, per la prima volta nella storia il Catania - ultimo in classifica e fino ad allora a secco di vittorie fuori casa – riesce a vincere a Torino contro la Juventus, incredibilmente proprio per 2-1, lo stesso risultato del film. Chissà se il campionato appena concluso resterà negli annali per questo risultato? Di sicuro sono partite impossibili come questa quelle che non ti fanno passare la voglia.

Perché il calcio è sempre capace di sovvertire ogni logica, creare illusioni e fare sognare.

Ed in questo ha qualcosa di fortemente democratico: tutti, dal più grande campione prima della finale dei mondiali all'ultimo ragazzino prima di iniziare a giocare sotto casa con il supersantos, hanno il diritto di sognare di stare per giocare la propria partita migliore.

C'è un mio amico che sostiene di conoscere realmente com'è fatta una persona solo dopo averci giocato a calcio, proprio perché il calcio è metafora del mondo e specchio della realtà.  Tutto è basato sull'equilibrio tra singolarità e moltitudine, tra libertà individuale ed agire collettivo.

Nel calcio epica, etica ed estetica sanno fondersi grazie a gesti che se non fossero leggendari avrebbero un che di primitivo. Non è un caso allora se tantissimi scrittori si sono cimentati sull'argomento: il romantico Osvaldo Soriano e il fanatico Nick Hornby sono forse i più famosi, ma anche dalle nostre parti sono stati prodotti dei veri e propri gioielli: Italia-Brasile 3-2 di Davide Enia, di recente riportato sulle scene e ripubblicato da Sellerio, e Il mio nome è Nedo Ludi di Pippo Russo che racconta il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci, attraverso le vicende di uno stopper che si trova ad affrontare il passaggio dal vecchio mondo del gioco ad uomo al nuovo mondo del gioco a zona.


E allora perché dovremmo abiurare di fronte ad un calcio dominato sempre più da sponsor e diritti tv?

Perché dovremmo essere noi a rinunciare ad un linguaggio tendenzialmente universale, un linguaggio che nella nostra città comprendono tutti: dallo Zen a Brancaccio, da Borgo Nuovo alla Vucciria, un linguaggio conosciuto anche in Ghana, Turchia e India?

ImageQuesta probabilmente è una delle domande da cui è partita qualche anno fa l'idea del Mediterraneo Antirazzista, l'idea cioè di un torneo di calcio (dal secondo anno anche basket e da quest'anno anche pallavolo e cricket) che coinvolgesse tutta la città e che fosse anche un pretesto per parlare d'altro.

Un'occasione per abbattere tutte le barriere che vorrebbero Palermo divisa in mille mondi separati e non comunicanti,  per mettere insieme i ragazzi di tutte le periferie accanto a tutte le comunità di migranti e a chi pensa che creare percorsi diversi di attraversamento della città non solo sia possibile, ma anche facile e bello.

I numeri e i nomi danno un'idea appena vaga di cosa è successo nelle prime due edizioni del mediterraneo antirazzista:

4 giorni, 2 sport, 8 campi, 4 categorie, 20 gironi, 150 squadre, più di 500 partite, più di 1500 gol, più di 1200 giocatori, 13 responsabili di campo, 8 dj, 7 speaker.

Squadre del Ghana, Sperone, Perù, Vucciria, Costa D'Avorio, Zen 1 e 2, Brasile, Sudan, Spagna, Zisa, Sri Lanka, Ballarò, Marocco, Librino, i Rom, Falsomiele, Mauritius, Borgo Vecchio, Tunisia, Albania, Calsa, Capo...

Ma per farsi un'idea più concreta basta venire dal 10 al 13 giugno alla terza edizione: anche quest'anno al Veleodromo Paolo Borsellino di Palermo (una delle rare occasioni in cui una struttura sportiva pubblica diventa realmente accessibile alla città); anche quest'anno durante le partite verrà trasmessa musica e fatta controinformazione; anche quest'anno ci saranno feste, concerti, cortei, dibattiti disseminati per la città; anche quest'anno le finali si terranno ai rigori in (quella che non è ancora) una piazza dello Zen 2....

Tutto il resto sarà però diverso ed imprevedibile, perché anche se la formula resta identica non si sa mai quello che può succedere.


Come quella volta che durante la prima edizione, nel pomeriggio del secondo giorno ad un certo punto abbiamo visto spuntare da sopra le gradinate del Velodromo un signore ivoriano sotto i quaranta, elegantissimo, con un completo color corda, cravatta stretta, scarpe lucide, occhiali da sole ed un blocco di fogli  pieno di schemi e ipotesi tattiche stretto sotto il braccio destro. Dietro di lui dodici ragazzoni in maglietta arancione e verde con calzoncini e calzettoni bianchi, che con passo spedito entrano in campo per cominciare il riscaldamento e iniziare a provare gli schemi.

Un po' sorpresi e un po' preoccupati che ci fosse stato un equivoco circa il carattere dilettantistico della manifestazione, ci avviciniamo all'allenatore che si presenta come mr. Ousmanne, e proviamo a chiarire che si tratta di una manifestazione non agonistica e che in fondo il calcio è solo un gioco, lui alza gli occhiali scuri e guardandoci dritti in faccia ci spiega: “E' solo un gioco? Qui stiamo parlando di lotta al razzismo, oggi scendiamo in campo anche per i nostri diritti! Altro che solo un gioco”.

Salvatore Cavaleri

 

P. S. - Tutte le info sul Mediterraneo Antirazzista 2010 si trovano sul sito: http://www.mediterraneoantirazzista.org/, dal quale è anche possibile inscrivere le squadre direttamente on-line.

 

 

 

Commenti
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Vito Bianco   | | 2010-05-31 06:22:38
Tutto vero; tutto giusto.Che il calcio sia solo un gioco può pensarlo e dirlo soltanto un adulto non abbia mai fatto l'esperienza di correre dietro una palla sull'asfalto di una piazza, magari col sole a picco sulla testa. Una volta si sarebbe detto: solo luna donna può dire una cosa così miope e superficiale, quando per esempio il giornalismo sportivo era vietato alle donne ma di calcio scriveva gente come Brera e Arpino. Dico però che forse dovrebbe tornare a essere soprattutto un gioco, perché un gioco come il calcio è abbastanza serio di suo, probabilmente perché è quello che più somiglia alla vita, proprio per la dialettica, sottolineata da Totò, tra estro individuale e dialogo con chi ti gioca accanto. E in questo il calcio somiglia al jazz, dove questa dialettica singolo-collettivo si chiama "interplay", ovvero, suonare ascoltando quelli che stanno suonando con te. Ai nomi di letterati calciofili citati nel pezzo vorrei aggiungere quelli di Sereni, tifoso dell'Inter, e di Saba, autore di "Cinque poesie per il gioco del calcio". Infine una menzione speciale per Edmondo Berselli e il suo delizioso "Il più mancino dei tiri", ritratto dell'Italia degli Sessanta attraverso i racconto di una partita e di un gol memorabile forse visto solo in un sogno.
Totò - due consigli ulteriori   | | 2010-06-02 02:05:43
Io invece consiglio un film ed una docufiction.
Il film è L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza, non è un fil sul calcio, ma lì il calcio è il contraltare della dittatura nel rapporto di appartenenza ed odio con l'identità nazionale.

La docufiction è Operazione offside, prodotta da La7. Uno dei migliori prodotti televisivi italiani che abbia mai visto.
Prima di vederla non avevo capito esattamente cosa fosse stata calciopoli.
rodan     | | 2010-06-08 02:00:44
operazione offside, con tutto il rispetto verso di te, fa schifo ai cani
rodan     | | 2010-06-08 01:58:12
beh, risponderti richiederebbe davvero tanto tempo, ed adesso non ce l'ho. volevo solo dire che:
1 - Calciopoli è stata la più spericolata e vincente operazione condotta dal trio Moratti-Tronchetti-Tavaroli, e gli è riuscita in pieno. Hanno spazzato via i loro concorrenti dalla guerra di mercato, si sono assicurati i migliori giocatori prendendoli a svendita dalle altre, si sono fatti assegnare un bellissimo scudetto, hanno organizzato un enorme database con i dati privati di tutti i giocatori, gli arbitri e i dirigenti. Ecco dei capitalisti veramente cattivi
2 - Le persone colpite dai provvedimenti di Calciopoli sono tutt'altro che in sella (Moggi, Franza, Fabiani, De Sanctis, ecc), e soprattutto non sono nè dei plutocrati nè degli uomini di potere, ma dei "poveracci" rispetto ai grandi capitalisti
2 bis - la deriva del confronto tra tifosi nel post-calciopoli non riguarda la parte sana del calcio, gli ultras. Loro, a confronto, si sono quasi sempre presi a legnate per motivi profondamente più nobili e disinteressati. Tuttavia la lettura ideologica sinistrorsa del fenomeno calcio ha da sempre impedito di solidarizzare con loro, anzi, di ESSERE loro. Per fortuna ci hanno pensato molti ultreas stessi, quanto meno a recuperare un pò di anti-politicismo
3 - La teoria del calcio come distrazione di massa, a mio parere, era buona per gli anni Sessanta, una disgrazia che gli appassionati si portano di sopra per colpa di Gerhard Vinnai. "Il calcio come ideologia. Sport e alienazione nel mondo capitalista" è un vecchio libello all'origine dell'ennesimo luogo-comunismo, che se la domenica non ci fosse il pallone saremmo tutti a rovesciare governi, istituire organi democratici di gestione della società e soprattutto saremmo tutti più felici, secondo quell'idea frustrata per cui la distrazione non vale niente.
4 - Leggere "Soccernomics" e "Football & Power" del grandissimo Simon Kuper potrebbe aiutare a capire perchè il calcio non è PER NIENTE un affare economico, ma un affare morale
5 - Leggere l'Eurobarometro potrebbe aiutare a capire che il calcio (ed in particolare la moderna foprma di calcio capitalista) contribuisce alla FELICITA' della popolazione, in particolare di quella povera e diseredata. Cioè, è dimostrato che squadre forti con calciatori strapagati, l'organizzazione di grandi eventi internazionali, la costruzione di stadi portano ad enormi perdite economiche, ma aumentano la felicità della popolazione, fanno diminuire il tasso di suicidi e generalmente rafforzano il senso di comunità (ospitare un mondiale riesce a generare questi benefici per un periodo che va da 2 a 4 anni)
6 - Il calcio promuove l'identità. Non so se sia efficacemente antirazzista, anzi, credo che favorisca un generico atteggiamento di dileggio ANCHE a sfondo etnico-razziale, ma è di sicuro un enorme spinta centripeta per qualsiasi gruppo sociale
7 - vorrei dire anche io la mia sui grandi libri che parlano di calcio, e oltre al fondamentale Simon Kuper di cui prima (del quale aggiungerei "Ajax, la squadra del ghetto", aggiungo "Descrizione di una battaglia" di Alessandro Dal Lago, "La tribù del calcio" di Desmond Morris, "L'invasione dell'Ultracalcio" di Pippo Russo, "Ogni maledetta domenica" curato da Alessandro Leogrande, "Il derby del bambino morto" del grande Valerione Marchi, "Cani sciolti" dell'ottimo Domenico Mungo, ma anche altra roba da Javier Marias a Jorge Valdano (!). Vi prego solo di evitare con cura Beppe Severgnini e Darwin Pastorin, ma ci arriva chiunque sia appassionato di calcio
8 - buone partite! Il Mediterraneo antirazzista è una figata, anche se l'enfasi sull' "anti" non mi piace mai quanto l'enfasi sul "pro"
Toto - a Rodan   | | 2010-06-08 04:08:11
Grazie Rodan per gli appunti puntuali.
Ti dico solo che sui punti 1, 2, 5, e 6 non mi hai convinto.
- Fare passare Moggi per una vittima è come fare passare Saviano per filocamorrista (gioco abbastanza alla moda).
- Sostenere che nel calcio moderno gli aspetti economici siano marginali e che i grandi club fanno opera filantropica, richiederebbe come minimo qualche argomentazione in più, ma la vedo dura comunque.
- Quando parlavo delle trasformazioni delle metropoli in seguito a grandi manifestazioni sportive mi riferivo a dei dati riportati da Mike Davis in Il Pianeta degli Slum.
- Quanto alla promozione dell'identita penso che questo sia il vero problema. E la "spinta centripeta" mi sembra un'aggravante.

Sui punti 2bis e 3 in parte sono d'accordo, e mi rendevo conto quando scrivevo sulla "distrazione di massa" di stare semplificando un po' troppo le cose.

Totalmente d'accordo sui punti 4 e 8.
Che il calcio rende più felici è una verità anti-confutabile.
E non vorrei che quello che ha scritto suonasse come una dichiarazione d'amore al calcio di strada contrapposto al calcio professionistico.
Chi mi conosce sa bene che la domenica dalle 15 alle 17 stacco il telefono e che da quelle due ore dipende l'umore della settimana. Non ne vado orgoglioso, non me ne vergogno, ma penso sia giusto problematicizzarla per quella che è.


Infine grazie per i preziosi i consigli e condivido in pieno i giudizi negativi su Severgnini e Pastorin.
Mentre ritengo la rubrica domenicale "Sette giorni di cattivi pensieri" di Gianni Mura su Repubblica articoli che da soli valgono l'acquisto del giornale.

Dopodichè quando vorrai approfondire qualunque degli 8 punti, kom-pa non aspetta altro...
rodan   | | 2010-06-08 11:40:11
Approfondire sempre!
Se volete consultare i libri sopra descritti, la biblioteca QANAT di Via del Parlamento vi aspetta da luglio in poi! (spammino)
per il resto, magari su alcune cose non ci si accorderà mai... ed è giusto così. Ma sul punto 5 tengo duro, e ti dico che non ho parlato di filantropia, assolutamente, ma di altri tipi di guadagno... cmq ci ritorneremo
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