Perché è importante che si faccia un Gay Pride a Palermo?
Scritto da Roberta Di Bella
giovedì 17 giugno 2010
La città da cui è partita
30 anni fa la protesta e la nascita del primo circolo Arci Gay, dopo la
morte
per suicidio di due ragazzi omosessuali: Antonio Galatola e Giorgio
Agatino
Giammona, di 15 e 25 anni. E’ Palermo che si è fatta in questi anni e
soprattutto in questi ultimi mesi promotrice di occasioni di incontri e
discussioni sulle tematiche dell’identità di genere, dell’orientamento
sessuale
e di manifestazioni dopo gli eventi di violenza avvenuti in diverse
città
d’Italia con forte concentrazione in quest’ultimo anno. Un percorso di
visibilità sociale e politica che ha permesso l’intreccio di relazioni
con le
istituzioni e con altri movimenti ad esempio con quello dei diritti dei
migranti, con il Lab Z in prima linea.
Si può dire che ci sono stati continui e rinnovati tentativi di sfondare quel muro di convinzioni sociali, che perpetua l’archetipo del machismo sessuale fomentando atteggiamenti omofobi e sessisti con il plauso della Chiesa di Roma e del nostro Governo Nazionale, per garantire i diritti fondamentali alle persone LGBT. Ciò a partire dalla più elementare esigenza di visibilità che con il discorso e l’azione ci conduce ad apparire in una realtà che non è soltanto fisica, ma diventa politica non appena ci riveliamo e inter-agiamo con i nostri simili; aspetti necessari per ottenere il diritto all’esistenza e alla libertà di espressione attraverso cui sentirsi cittadini pari e non di seconda o di ultima classe.
Fatta questa premessa, mi sembra corretto esplicitare la mia posizione di femminista di orientamento perlopiù etero, che desidera parlare dell’evento Gay Pride perché lo ritiene un’occasione per le persone LGBT, ma anche per le altre (me compresa!), di confronto e di critica degli orientamenti sessuali o delle modalità di viverle. Certamente il mio sguardo non può che rimanere esterno ad un movimento che ha una storia ed un background culturale che osservo con grande interesse senza però esserne coinvolta pienamente con il mio vissuto, ma sicuramente come chi ha sempre partecipato alle lotte degli omosessuali e trans sentendosi fortemente motivata e convinta della importanza dell’acquisizione di visibilità di questi soggetti e della critica fatta all’eterosessualità e a ad una società che non accetta modi differenti di essere, di vivere la sessualità e di costruire identità alternative.
Con ciò, trattandosi del luogo in cui vivo e di cui conosco i pregi e i difetti, la domanda che mi pongo è: è pronta una città come Palermo ad ospitare un evento politico di così forte impatto emotivo-esistenzial-culturale? Quali saranno le reazioni più diffuse? (ho sentito già qualche commento del tipo: “ma non ci sono mai le manifestazioni delle persone eterosessuali, normali?”), perlopiù il fastidio che mostra la persona di strada è per le manifestazioni più “colorate” di mascofemminilità gay, di femmimascolinità lesbo o per i trans! Qual è il motivo scatenante di questa inquietudine? Quali delicate corde tocca una differenza che mostra un’identità femminile o maschile non normata, cioè fuori degli schemi sociali o di ciò che è considerato naturale? Il disagio che possono generare queste manifestazioni è provocato per lo più dall’insicurezza di perdere la propria identità di genere: la paura che si cancellino quei confini che delimitano la nostra personalità, manifestazione di un maschile o un femminile considerato “normale”. “Altro”, dunque, con cui si può intendere o il solo orientamento non etero, o un modo differente di vivere la sessualità etero e/o ancora un’espressione differente di genere rispetto alle rappresentazioni costruite socialmente e considerate come le uniche possibili o reali; un differente modo di esprimere la propria identità di genere senza che la si possa immediatamente collegare all’orientamento sessuale o ad uno orientamento ben definito!
Parafrasando De Lauretis di Soggetti eccentrici: una soggettività femminile che si disidentifica dalla femminilità “straight” senza tradursi nel suo opposto (mascolinità), bensì assumendo la forma di una soggettività femminile che eccede la definizione fallica. Una sessualità che si oppone all’eteronormatività e mette in risalto come il meccanismo che riproduce e regola la differenza di potere tra donne ed uomini, mediante il genere, non è un dato biologico ma l’istituzione sociale dell’eterosessualità. Il concetto di “contratto eterosessuale” proposto da M. Wittig, l’eterosessualità come costruzione sociale e non come conseguenza naturale dell’esistenza fisica dei due sessi, che dipende dalla nostra abitudine a relegare la sessualità alla sfera della privacy individuale e che nega che si sia costantemente bombardati da rappresentazioni della sessualità che filtrano i nostri desideri e le nostre auto rappresentazioni (immagini visive e verbali di atti sessuali). In realtà gli apparati o dispositivi sociali dal sistema educativo alla giurisprudenza alla medicina , ai media, non solo regolano la sessualità ma la impongono come eterosessualità, prescrivendo anche il modello del maschile e del femminile cui adeguarsi. Motivo per cui è impossibile per un maschio etero tirarsi fuori dal contratto, si dissocia dal contratto eterosessuale ma dalla nascita è in-generato e diversificato dal suo genere opposto, il femminile. Cosa si può dire del maschio gay, può considerarsi estraneo a quelle rappresentazioni della sessualità!? Non credo, se un accordo costatato tra le epistemologie moderne, che presuppongono il genere come dato naturale, ha considerato l’opposizione socio sessuale tra uomo e donna come momento necessario e fondante di ogni cultura. Forse i soggetti che possono trovare delle zone franche a questo meccanismo, dalla mia prospettiva, possono essere le donne che non vivono una forte dipendenza emotiva dall’uomo e che siano autonome economicamente o le lesbiche che non riproducono gli stessi legami di dipendenza da un immaginario maschile! Una costruzione simbolica divenuta istituzione, una regola, un “contratto” deciso da più parti.
Il Gay Pride è una protesta contro una eterosessualità normativa che tende a schiacciare ogni manifestazione “altra” della sessualità, che tende ad escludere anche una eterosessualità differente che non si riconosce negli schemi precostituiti e considerati “giusti” naturali, il vero modo di essere maschi e quello di essere femmine! A tale riguardo sottolineo l’importanza di considerare il genere come costruzione culturale, come risultato di pratiche sociali; la differenza di genere come “forma sociale” che si adegua ai differenti momenti storici. Il genere che il corpo parla e vive. L’eterosessualità vissuta non come passaggio naturale ma come scelta, frutto di strategie di potere che possono essere bypassate solo attraverso processi di consapevolezza e volontà critica di mettersi in gioco volta per volta e di non dare nessuna acquisizione raggiunta come verità definitiva.
E sempre riguardo a quegli “aitanti avatar alienati” dall’umano: i soggetti queer…. Non lo stabilizzarsi di un’identità omosessuale naturalizzata e naturalizzante, ma una rottura epistemologica che ponga l’attenzione sulla molteplicità di differenze, stimolando continue riflessioni sulle contraddizioni appartenenti alle definizioni omo/eterosessuali. Una volontà che mette in discussione la stabilità dell’identità e delle politiche ad essa corrispondenti e cerca di proporre identità non fisse, non categorizzabili, così ché un aspetto che in una persona assume maggiore valore non costituirà qualcosa che la definisce. Dunque una critica all’identità che ha come obiettivo la sua destrutturazione, che destabilizza i confini prestabiliti assumendo una prospettiva che mira alla performatività della costruzione d’identità e non alla ricerca di una sua presunta essenza (categoria precostituita).
Vorrei sottolineare anche che le modalità dell’entrare in relazione con il mondo sono legate ai differenti soggetti incarnati e posizionati, che assumono una parzialità che vive le sue conquiste di visibilità quotidiana in transiti e slittamenti continui tra le differenze che lo attraversano nelle/nell’identità in diverse fasi o momenti della vita. Punti di vista posizionati, soggetti incarnati, sessuati per i quali la conoscenza è legata ai desideri che sono conflittualmente materializzati nei corpi.
Dunque per puntare ad un cambiamento penso sia necessario assumere una differenza come prioritaria e questo lo sanno bene anche le donne che per conquistare alcuni diritti hanno posto la differenza sessuale alla base delle loro recriminazioni.
Solitamente è la differenza che in un determinato contesto e momento storico costituisce per il soggetto motivo di discriminazione o di esclusione sociale a prendere il sopravvento, ad assumere un valore preminente.
I fatti di violenza che continuano a verificarsi in Italia mostrano sempre più l’assenza di politiche efficaci che pongano fine ad atteggiamenti discriminatori e ad atti violenti nei confronti degli omosessuali. Che significato hanno queste azioni violente spesso di gruppo nei confronti di soggetti che hanno un orientamento sessuale differente? Non è forse una forma di punizione per coloro che si discostano da un modo di vivere la sessualità considerato fuori dalla “norma”; l’affermazione di pratiche considerate naturali, le stesse che ritengono il corpo della donna materia irrazionale da “formare” da addomesticare. Pensiero che riporta all’antica visione della stessa come materia informe che assume delle sembianze grazie all’opera razionale oggettivante del maschio!
Il fatto di violenza del 30/05, un ragazzo omosessuale di 22 anni aggredito da cinque ragazzi con insulti, pugni e calci all’uscita da un locale gay di Roma (il Coming Out), mostra un altro di questi casi: il tentativo di addomesticamento del “femminile”, o ciò che appare tale perché non maschile secondo la norma, in un corpo maschile, quindi l’inconsueto nell’abnorme, ancor più se si vede completato da un’immagine di accoppiamento con un suo doppio/simile, a quel punto siamo all’impensato, all’estremo delle capacità di comprensione di un’etica sociale condivisa perché un ordine superiore ha imposto che sia così, e nulla può permettere che quelle regole cambino, a rischio l’antico archetipo del maschile che deve -parola divina- dominare, nei secoli dei secoli, con la sua forza e prepotenza.
Ma allora perché non cercare di rompere questo accordo su un dato naturale mischiandoci e promuovendo nella “parata palermitana” un transito e allo stesso tempo un attraversamento dei generi? Una possibilità di nuove visioni che includano “pratiche sessuali eccessive, sovversive, perverse”, generanti (aitanti, allettanti) soggetti queer!?
Differenti e molteplici versioni del mondo come quella di alcuni soggetti: la visione della manifestazione-parata da parte di cittadini poco avvezzi alle pratiche “eccessive”, soprattutto quando queste riguardano il sesso e modalità altre di esistenza, che non prevedono esperienze in un cinema al buio o incontri segreti a pagamento.
Una manifestazione, una sfilata di individui che può essere paragonata al Paratico di Weber, più simile al carnevale. Dove vi è il riconoscimento del cittadino e le comunità sono basate sul legame sociale e non di sangue. Nel quale è fondamentale il sostegno di un clan per riconoscere loro il diritto di cittadinanza. La rivelazione nella città di una triplice tendenza: verso l’eguaglianza, l’individualismo e allo stesso tempo verso la costituzione di piccole comunità coscientemente illegittime e “sovversive”. Costituite non su legami di sangue ma sull’affratellamento associativo delle arti e sulla visibilità, basata sul legame che i paratici mettevano in atto mostrandosi in pubblico, dal loro sfilare in parata, processione sul palco della città. Dunque non una pagliacciata per mettersi in mostra, per creare scompiglio ma la testimonianza di una volontà di esserci e di partecipare come cittadini alla vita sociale e politica con i propri desideri e le differenti rappresentazioni della propria realtà emozionale-affettiva. Priva dell’intensione di creare una netta e definitiva separazione tra coloro che condividono un modo di essere, uno stile di vita e coloro che non lo condividono. A riguardo mi sembra importante sottolineare che i turbamenti vissuti in queste occasioni spesso sono il sintomo di fragilità e difficoltà a definire e ridefinire i confini del proprio genere. Infatti non penso che nessun cittadino/a palermitana debba sentirsi minacciato/a da un’espressione e testimonianza di esistenza che non vuole demolire o sostituire nulla ma chiede semplicemente che sia costruita una struttura più solida di leggi e regole che garantiscano più diritti e più libertà. No, dunque, a vincoli e costrizioni, sì a all’approvazione di leggi che diano visibilità e migliorino le condizioni di vita dei soggetti LGBT in ogni contesto o parte del mondo…. ma intanto iniziamo dando il nostro contributo a partire da Palermo!
Pride Sicilia 2010: Il popolo LGBT invade Palermo. Ed è una grande festa. Un successo oltre ogni più rosea aspettativa. Il collettivo Stop Omofobia ha lavorato per mesi a questo evento che non ha precedenti nella storia della nostra città. La sonnolenta Palermo si è svegliata, e ha iniziato a danzare. Gay, lesbiche, transessuali, uomi e donne eterosolidali si sono riappropriati dei propri spazi, manifestando orgogliosamente che le strade di questa città, di solito così impermeabile ai cambiamenti, appartengono anche a loro. E sarà difficile, adesso, fare un passo indietro. I manifesti polemici affissi nelle ore precedenti da militanti di Giovane Italia che sentenziavano "Coppie gay: No matrimonio, No adozioni" si sono rivelati un clamoroso autogoal, e sono stati trasformati in colorati slogan LGBT. Un ulteriore accessorio per il popolo del Pride di manifestare la sua voglia di cambiamento e di resistenza all'ignoranza di certe destre. Da piazza Magione, lungo via Messina Marine e il Cassaro fino a piazza Verdi, dove ha avuto luogo il concerto finale, la comunità LGBT italiana ha ottenuto ieri una significativa vittoria morale. La reticenza del capoluogo siciliano è stata espugnata, e la proverbiale divisione tra realtà associative messa (si spera definitivamente) da parte a vantaggio di un concreto risultato politico e culturale.
«Ci viene contestato il fatto che ci travestiamo» afferma dal palco Vladimir Luxuria, madrina dell'evento. «Ma lo fa anche la gente della Lega Nord, alle sue feste. Solo che noi mettiamo in testa delle piume. Loro, delle corna. Francamente, preferisco indossare le prime.»
Poi ricorda il celebre "I have a dream" di Martin Luther King, aggiornandolo alle tematiche LGBT.
«Martin Luther King sognava di poter vedere un giorno un bambino di colore camminare mano nella mano con un bambino bianco. Oggi, io sogno di poter vedere per la strada coppie eterosessuali e omosessuali che si tengono per mano, si guardano negli occhi e vi scorgono solo amore e un comune senso di libertà».
A questo serve il Pride, con buona pace dei suoi detrattori. A coltivare il sogno di una pacifica convivenza nel rispetto delle più disparate diversità. E per quanto il cammino sia ancora lungo, il volto mostrato ieri dalla città di Palermo ha dimostrato che si tratta di un sogno realizzabile.
Grazie a tutti e tutte per questa magnifica giornata.
Viva Palermo. Viva il Pride. Viva noi.
Si, nella mia città. Ché ieri pomeriggio ho sentito davvero mia. C'eravamo tutti e tutte, con le idee chiare e lo sguardo limpido, capace di guardare lontano ed ancora di più.
Il "grazie" lanciato da Altroquando si ripete e si amplifica e credo sia importante ricordare la presenza in piazza del Comitato 12 Luglio e delle famiglie di Casa Guzzetta, "mondi" che in molti vorrebbero inconciliabili, opposti se non addirittura contrapposti. Così come altri, adoratori di duci e ducetti, vorrebbero contrapporre la "famiglia tradizionale" alla grande, trasversale e non etichettabile comunità di coloro che, giorno per giorno, rivendicano e praticano il diritto all'autodeterminazio
ne politica, sessuale, sociale.
Grazie a tutti/e, che non sia solo un bel ricordo dipenderà da tutti/e noi
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