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| Cosa voglio di pi - Un amore al tempo della crisi |
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| Scritto da Vito Bianco | |||||
| domenica 27 giugno 2010 | |||||
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Quel film si chiamava L’aria serena dell’ovest, uscì, come dicevo alla metà degli anni Ottanta e rivelò il talento visivo del milanese Soldini, il quale per il suo ingresso nel professionismo cinematografico scelse di inventare un racconto che avesse come protagonista un luogo, una città che lui aveva imparato a conoscere bene esplorandola nelle prime prove in corto e medio metraggio e che aveva intuito essere il centro nevralgico del tempo che stava vivendo, una città che rappresentava meglio delle altre (compresa la capitale) il clima di un Paese diviso tra allegria di naufragi e sempiterna corruzione politica. Oggi Soldini torna sugli schermi con una storia che conferma l’intuito di un cineasta che del guardare fuori di sé ha fatto un principio artistico irrinunciabile, convinto come sembra che il cinema abbia il compito precipuo di occuparsi della realtà e non dell’ombelico degli autori, per quanto interessante talvolta possa essere. E lo fa tornando a far muovere i suoi personaggi in una Milano molto poco glamour, fatta di periferie e uffici e appartamenti con vista parcheggio mentre sullo sfondo friggono incessanti le luci della metropoli che non si dà neppure un attimo di tregua. Cosa voglio di più è la storia di un amore improvviso e appassionato, di un vero e proprio sconvolgimento emotivo che manda all’aria le vite faticose ma ordinate di Anna (un’Alba Rohrwacher di notevole flessibilità espressiva) e Domenico (Pierfrancesco Favino: intenso e misurato come al solito), ancora giovani ma già avviati sul binario di un’esistenza che prevede poche spensieratezze e invece sì non poco spirito di sacrificio, dentro il ritmo di una metropoli che non fa sconti a nessuno, soprattutto al tempo della crisi, che atterra principalmente la piccola borghesia che di lavoro vive o muore. Intenso e acuto, sempre alla ricerca di ciò che rimane nell’ombra o non del tutto non visto, Soldini ci offre anche stavolta uno sguardo personale e inedito, portando la sua macchina da presa negli spazi cancellati e nelle vite che i giornali e le televisioni non raccontano mai o solo quando vengono toccate dalla tragedia. Due anni fa, girando a Genova, aveva messo in scena il dramma di un quarantenne che “cade fuori” dal mondo del lavoro e diventa un appestato sociale (Giorni e nuvole); ora entra nelle pieghe emozionali di due coppie della classe media, forse più che media sul piano puramente economico, che quietamente si amano e progettano un futuro che appare quanto mai incerto. Uno sguardo “materialista” il suo, che valuta freddamente il peso del denaro nella ricerca della felicità, per dire che tutto si paga ed è meglio sapere di quanta carne economica sono fatti i sentimenti e il desiderio di “avere di più”. Dipende anche da questo la frenesia e il senso di colpa degli incontri di Anna e Domenico, l’andamento altalenante di una storia molto segnata dallo slancio fisico forse anche perché si sa a termine, stretta com’è nel ricatto di una povertà che incombe dietro la scelta quasi impossibile della felicità. Dentro le maglie abbastanza rigide di una sceneggiatura rigorosa che disegna a rilievo tutti i personaggi e non solo i due protagonisti, Soldini si affida spesso alla libertà e mimeticità coinvolgente della camera a spalla, che sta molto vicino ai personaggi per scrutarne ogni movenza ed espressione. Il film è rapido, scandito, con scene secche dalle quali poi scatta verso un passaggio di distensione che allarga il campo all’ambiente sociale e alla città vista come in una angolatura stretta verso un punto di fuga sfocato e confuso, corrispettivo visivo del paesaggio interiore dei due non fortunati amanti, che dopo la fuga in Marocco ritornano a Milano dove li aspetta il dolore o la rabbia dei rispettivi compagni e una decisione da prendere che Anna capisce non potrà che essere quella della rinuncia. La lucida fenomenologia dell’amore al tempo della crisi mondiale e del lavoro precario è un altro tassello che si aggiunge al mosaico variegato di un cinema italiano che negli ultimi tempi sta dando parecchi segni di vitalità, all’insegna di quello che si potrebbe definire un ritorno al reale del quale davvero si sentiva la mancanza, perché fuori delle nostre stanze ci sono un gran un gran numero di mondi che aspettano d’essere messi a fuoco dall’occhio prensile della macchina da presa.
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