Sar capitato anche a voi... PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Spaccapietra e Doriano Birocco   
marted 29 giugno 2010
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Voglio dire che tutto ha inizio, sempre da uno stimolo emotivo: reazione a una ingiustizia, sdegno per l'ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi.

(Edoardo De Filippo, fonte sconosciuta, in wikiquote)


Ne siamo certi, sarà capitato anche a voi, ad ognuno di voi che leggete questo post su kom-pa: improvvisamente, mentre andate per strada o siete fermi in un qualche punto di questa città, vi guardate intorno e vi scoprite meravigliati, se non sedotti, da quel luogo. Può essere un elemento architettonico, un colore, un’atmosfera, una frase carpita per caso che, improvvisamente, vi stupiscono e vi avvolgono.

 

Se state camminando per il centro storico può esservi successo sbucando a piazzetta Sett’Angeli, sovrastati dall’abside della Cattedrale o percorrendo una strada di Ballarò o del Capo.Ma può esservi successo un pomeriggio d’estate trovandovi seduti al chioschetto delle granite nella via Fausto Coppi dello ZEN2, una sera al baracchino azzurro delle birre al lungomare di Sferracavallo, in Curva Sud una domenica di campionato, dalla finestra di casa vostra o in chissà quale altro posto.

Deve esservi successo perché non c’è altro modo per spiegare - agli altri ma ancor prima a noi stessi - l’attaccamento viscerale con questa città, abbastanza fetida e non solo per l’olfatto. Quando si racconta Palermo a chi non l’ha mai vista, gli sguardi sono spesso rapiti e indagatori. Si sa: siamo bravi a narrarne oscenità e nefandezze, surrealtà e ossessioni; e non è raro che il nostro interlocutore ci chieda come e perché continuiamo a viverci. Certo, il personaggio del “martire dell’apocalisse” è insito nella palermitanità, è un raffinato piacere sadomasochista che ci permette sempre il coup de théâtre straordinario capace di catalizzare l’attenzione di qualsiasi spettatore. E’ una scienza, non c’è che dire, ma a nostro avviso nasconde qualcos’altro. E non può essere altrimenti: perché il racconto di Palermo mischia sempre lucidità e rabbia, rassegnazione e reazione, la consapevolezza del “io so ma non ne ho le prove” e la lucida follia dei sopravvissuti all’armageddon. Nella generale ambiguità - ai limiti dello sdoppiamento onirico - il nostro sguardo sulla città (scusate,ci prendiamo la libertà di accomunarvi tutti in un unico punto di vista) risente di un qualcosa che somiglia ad una sorta di “navigatore emozionale”: uno strumento che seleziona e genera istantanee del nostro spazio e del nostro tempo quotidiano.

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Grosso modo partendo da questa riflessione – e di certo mossi dalla fascinazione per la pratica psicogeografica situazionista – il gruppo complot videobase ha elaborato un piccolo progetto-gioco che già dal titolo è tutto un programma: Ubik , autodefinitasi la prima videomappa emozionale di Palermo. Sulla scelta del nome torneremo più avanti, qui invece ci soffermiamo un attimo sull’idea e lo sviluppo di questo progetto a partire dal messaggio di apertura del loro bando/comunicato: “E se fosse la città ad impadronirsi di te?”.

L’idea di UBIK è infatti quella di sovvertire, in forma ludica, il rapporto di forze tra la Città e i suoi abitanti proprio sulla base di quella riflessione enunciata in precedenza: quali sono i luoghi di Palermo che i suoi abitanti sentono propri? Quale è la rappresentazione che ne danno? Quale narrazione, breve e diretta, riescono a fornirne? Lo scopo di UBIK è questo, insieme ad un altro che ci fa tornare alla memoria tante cose vicine e lontane; in primis, per noi che siamo parte dell’esperienza di kom-pa, il primo post pubblicato da questo webmagazine nel (lontano?vicino?) dicembre 2007.

UBIK è, infatti, anche qualcosa di simile ad un esercizio linguistico; ce ne siamo accorti noi per primi mentre provavamo a realizzare i nostri contributi audiovisivi al progetto: è un esercizio di narrazione attraverso il mezzo che reputiamo più familiare (l’immagine video) e che invece scopriamo facilmente essere succube di canoni, norme, costrizioni che spesso travalicano il contenuto. Ne elenchiamo alcuni:

1. l’ossessione per la risoluzione dell’immagine, quasi a pretendere che la rappresentazione elettronica sia il fedele duplicato della realtà (anzi di più) così come ci insegnano i dettami del “Full HD” e del “Real3D”

2.    la difficoltà di sintesi: i 59 secondi a disposizione per ogni UBIK appaiono contemporaneamente troppi e troppo pochi

3.    la complessità del punto di vista: la sintesi di cui accennavamo al punto 2 si può raggiungere solo attraverso la composizione di un’immagine che contenga il più possibile tutti gli elementi della narrazione. Stabilendone priorità e interazioni.

Image Credeteci: quanto elencato precedentemente non è un problema da “professionisti della visione”, piuttosto è una questione di immaginario che interseca molti livelli della realtà. Chiunque abbia mai visto un filmino amatoriale super8 - il nobile antenato del video - si sarà accorto di quanto accurata fosse l’inquadratura, per lo meno nella sua composizione. Questo avveniva per almeno due ragioni; la prima palesemente economica: ogni rullo di pellicola durava circa 3 minuti e non era proprio a buon mercato, quindi bisognava centellinare le riprese e – non potendo cancellare – pensare l’inquadratura prima di pigiare il bottone della cinepresa. La seconda è, a nostro avviso, sociale: negli italici anni ’70 il bombardamento mediatico televisivo era ancora lì da venire e gli stessi programmi tv mantenevano una attenzione formale tale che finanche l’abbigliamento dei tecnici della radiotelevisione italiana era simile a quello di uno scienziato: dietro le telecamere e negli studi si lavorava con il camice bianco!

Ora, non saremo certo noi a sospirare nostalgicamente per i bei tempi che furono ma di certo c’è da considerare che l’overdose di immagine, mescolata al pressapochismo realizzativo ha indubbiamente inciso sulla capacità della visione prima ancora che sul gusto. Questo vuol dire non avere più capacità immediata, diremmo istintiva, di distinguere rapidamente il punto su cui focalizzare l’attenzione, il racconto, il pensiero. Su questo tema non ci dilunghiamo oltre rimandandovi per un approfondimento critico alla visione della serie “Boris ”, caustico compendio della nefandezza cinetelevisiva della nostra epoca.

Torniamo ad UBIK: gioco della visione, dunque, ma anche gioco sovversivo dell’immaginario urbano e della collocazione dell’individuo nel proprio habitat quotidiano. Nell’introduzione al suo “Oltre il cinema – metropoli e media ”, Simone Arcagni scrive: “La metropoli contemporanea, come molti sociologi urbani sottolineano, è una città-immagine, città turistica approntata quasi come un set cinematografico per lo sguardo turistico e per una funzione emozionale e turistica” (pag.9, op.cit.) ed è in questa cornice che l’uomo metropolitano contemporaneo sviluppa un rapporto duplice con le tecnologie della sorveglianza, dell’osservazione – spesso voyeuristica – e della riproduzione diffusa. Come ricorda Arcagni, fu Paul Virilio a sottolineare la stretta relazione tra lo sviluppo della tecnica di ripresa cinematografica e le necessità militari di mappare capillarmente il territorio ai fini della rappresentazione cartografica. Ed oggi, scrive Arcagni, lo stesso è accaduto con lo sviluppo della tecnologia GPS - nata in ambito militare e riversatasi nella metropoli del nuovo millennio (come dimostra, ad esempio, l’impressionante archivio di google maps), ecco quindi che  il corpo reale si trasforma di fronte allo sguardo e così come la città diviene set, si trasforma in scenografia o, meglio ancora, si trasforma in un pro filmico generalizzato, così il corpo si produce come oggetto di sguardo, potenzialmente immagine, irreale” (pag.11, op.cit.). Ed è qui che, a nostro avviso, si innesta l’esperienza di UBIK: nel tentativo, ludico ma non per questo “cazzeggione”, di sperimentare una sorta di sovversione, se vogliamo di riappropriazione, di primato dell’occhio-carne sull’occhio-obiettivo, dell’idea sulla alta definizione, della narrazione diretta ed emozionale sullo “smarmellamento a cazzo di cane” (scusate, ma la citazione di Boris era d’obbligo).

Image Infine, ma non certo per ultimo, l’obiettivo di UBIK è la costruzione di una mappa emozionale; uno strumento che ha trovato interessanti applicazioni in campo artistico ma non solo, attuando una contaminazione non solo formale tra la ricerca estetica, scienze umane e, più recentemente, scienze ambientali. Solo per riferirci alle nostre esperienze dirette, ci limitiamo a citare due interessanti esempi proposti nel 2009 da “Ars Longa ” - piccola galleria/centro culturale di Parigi: “East Paris Emotion Map ” e “Frida V ” sono due progetti basati sull’interazione tra gli utenti e le tecnologie dell’osservazione, del monitoraggio e del controllo (videocamere, GPS, sensori per il controllo della qualità dell’aria, ecc.) e mirano alla mappatura di un’area della città attraverso gli spostamenti e i punti di vista dei partecipanti. Certo, si dirà, quella è Parigi..la “patria della psicogeografia”, capitale culturale europea nonostante i suo acciacchi, città multiculturale e dagli stimoli irrefrenabili nonostante i conflitti esasperati da una gestione ottusa e pressappochista della cosa pubblica (si, anche da quelle parti non se la passano benissimo). A nostro avviso e con l’opportuna riduzione in scala, tentare un esperimento di mappatura emozionale di Palermo non è privo di senso: da ormai circa 20 anni questa città è rimasta sospesa nella condizione posticcia di confine dell’Europa o porta del Mediterraneo. E’ una crisi di identità forte che l’ha resa un pastrocchio di segni e - come già analizzato da Marcello Faletra proprio su kom-pa - morbosamente dipendente dalla riproposizione decontestualizzata di modelli importati e peraltro già superati: grandi magazzini, centri commerciali, sushi bar, cool bar, multiplex commerciali… cioè, dello status di metropoli Palermo ha preso solo la scenografia di seconda mano illudendosi così di potere partecipare a pieno titolo al reality show del terzo millennio. E considerato che, a nostro avviso, tutto questo accade anche a causa della disaffezione, disabitudine, “ignoranza di ritorno” nei confronti del proprio spazio vitale quotidiano, UBIK ci sembra un interessante luogo di osservazione, un ulteriore osservatorio nella città che, nella scelta di un linguaggio specifico e circoscritto, possa affiancarsi agli altri osservatori, network, pensieri liberi che fortunatamente scorrono ancora nelle arterie di questa città, colpevolmente appiattita, selvaggiamente silenziata.

Image Ultima faccenda: perché UBIK? Il nome è una citazione del titolo del bellissimo romanzo di P.K. Dick e già nel suono richiama il senso dell’ubiquità, di una presenza pervasiva e incontrollabile. Il romanzo di Dick raccoglie al suo interno molti elementi cari allo scrittore visionario ai limiti del profetico. Per sintetizzare i temi e le atmosfere del romanzo ci sembra molto calzante quanto riportato nella pagina di “wikipedia” dedicata al libro: “L'atmosfera allucinatoria e folle del romanzo deriva in realtà dall'interferenza di due piani di realtà, uno dei quali in continua trasformazione, tecnica classica della fantascienza, ma anche della letteratura postmoderna”. E , aggiungiamo noi, del nostro presente; dove l’interferenza tra il piano della realtà sensibile e quella della sua virtualizzazione spettacolare è arrivata ad un grado di interferenza tale da farne apparire sottili i margini, le linee di sutura. Nel romanzo, l’ubiquità diventa strumento usato ed abusato: uomini d’affari, telepati, esseri umani conservati in stato vegetativo, sono tutti strumenti, e al contempo attori, di un gioco di ruolo spinto ai suoi limiti più estremi, portato al punto da fare accartocciare presente, passato e futuro. L’esperimento-gioco proposto da complot_videobase prende dal romanzo di Dick proprio questo aspetto del “gioco sovversivo”, di un’ubiquità alterata al punto tale da divenire una non-presenza in ogni luogo, un invito anche a pensarsi sovrastati dal potere seduttivo e perturbante della Città e, proprio da questo, rigenerare un nuovo rapporto ed equilibrio. Nient’altro che un gioco sia chiaro, nient’altro che un libro è ovvio… 

Postilla (ovvero, come dicevamo all’inizio, coup de théâtre): Anche questo lungo post è un gioco sovversivo, un continuo rimbalzo tra realtà e finzione; tutto quanto raccontato in queste righe è assolutamente vero: vere sono le informazioni, così come le fonti, le citazioni, le analisi. Ma,  come ben sanno gli amici/fratelli e sorelle di kom-pa, falsi sono gli autori del post e soprattutto non è casuale che siano stati proprio loro a scrivere questo lungo racconto e analisi del progetto UBIK e di tutte le sue declinazioni, implicazioni, fonti e sguardi. Ci sembra quindi giusto informarvi che Federico Spaccapietra e Doriano Birocco oltre ad essere la stessa persona sono anche parte del gruppo che ha ideato e sviluppato UBIK e si sono divertiti - figli sui generis della tradizione blissettiana - a giocare con i propri avatar, applicando di fatto le regole dell’informazione mediatica: parziale, faziosa, autopromozionale. Questo a nostro avviso non sconfessa di per sé il contenuto delle informazioni ma ne dichiara onestamente la parzialità, perché la verifica e la selezione degli input raccolti è compito di chi legge, guarda, ascolta e vive. Perché, per dirla con Dick, “In questa vita ci mostrano soltanto i trailer” (in “Un oscuro scrutare” ).


 

 

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