“L’applauso stesso come continuazione dello spettacolo”
(Nietzsche), ovvero la fine, sempre rinviata, dell’innocenza.
Se c’è un campo scelto in cui la ripetizione la fa da padrone questo è il rock.
E’ la sua cifra ed è incredibile che se ne continui a parlare con immutata verve da 50 anni. Per uno che è sulla soglia dei 50 anni la cosa può assumere aspetti patologici anche perché i parametri su cui si imposta il ragionamento sono: 1) giovani, puri, dannati e incazzati, 2) integrati, alfieri dello show-biz, personaggi da jet-set. Nel rock c’è sempre un primo e un secondo tempo. Il difetto sta nel manico: è l’idea di trasgressione, così altamente identificante il rock, che non ha mai funzionato come si pensava.
Non solo perché adesso è diventata di pertinenza del linguaggio dei media (gran parte della pubblicità di prodotti di taglio giovanile insiste sul refrain-trasgressione), ma soprattutto perché è nella natura della trasgressione ipostatizzare la norma senza arrecarle gran danno. In definitiva il concetto di trasgressione ha funzionato maggiormente in direzione della costituzione identitaria del trasgressore e questo gli ha tarpato definitivamente le ali trasformando il carico energetico della volontà in brutta volontà di potenza. Il rock è dunque tutto da buttare? Nient’affatto. Bisogna soltanto “riparametrarlo”. Intenderlo dal punto di vista della intensità espressiva, della passione emozionale, della sua capacità di aprire vie di fuga. Con una piccola avvertenza: diventa vitale sfuggire all’idea che esiste un rock possibile sempre di là da venire rispetto ad uno esistente che prima o poi ci deluderà. Rimane da spiegare un aspetto di grande importanza, a mio parere. Perché milioni di ragazzi di tutto il mondo crescono e leggono la vita attraverso gli occhiali che la musica rock fornisce loro Perché il rock diventa un viatico indispensabile pere tanta gente? Certo, in alcuni periodi almeno, l’immaginario sociale ha coinciso con i desideri di trasformazione passionale della propria vita almeno. Non è poco, ma risulta insufficiente. Non è, per caso, che un certo atteggiamento nichilista, una certa voglia iconoclasta coincida con un desiderio di palingenesi, con il “tutto e subito” con l’orrore di diventare adulti di cui diceva Pete Towshend? Questo è il punto: l’immaginario rock, tra tante cose, veicola anche un desiderio di “essere per la morte” che rimane un segno distintivo costante nelle sue varie svolte. Un paradosso, se vogliamo. Nato come forma espressiva che sanciva la conquistata autonomia, soprattutto nella sfera del consumo, delle generazioni giovani si cristallizza in formula. I segni mutano senso, la ribellione diventa norma (norma della ribellione). Ad avvicinarsi troppo al fuoco si rischia di farsi male. Cosa poteva fare il povero Sid Vicious, teppistello semi-deficiente (così lo descrivono i suoi amici) dopo avere inalato appieno i fumi punk londinesi ‘76/77 se non uccidere l’amichetta e togliersi di mezzo pure lui? Il rock è un convoglio di energie, malesseri, baluginii di mondi altri che non è riuscito a creare un proprio spazio elettivo. Questa è la ragione principale per la quale i normalizzatori di professione fanno di tutto per relegarlo a questione generazionale. C’è qualcosa nel rock che gli ha impedito di essere ciò che poteva e doveva, una doppiezza interna mal vissuta, che ha impedito di trasformare il regno della necessità in spazio di libertà. Forse il suo voler puntare alla totalità dell’esistenza passando per il frammento di una canzone. Forse il non avere compreso che il corpo, interlocutore privilegiato del rock, è una macchina che si fa e si disfa in continuazione e non un dato fisso cui bastava togliere i veli dell’ipocrisia borghese e perbenista per liberarne le potenzialità. Forse il suo inequivocabile carattere di merce. Forse tutto questo e altro ancora. Io penso che il limite maggiore lo abbia incontrato in quella sua disposizione a “essere per la morte” cui si accennava prima. Ha prevalso il nichilismo da ultimo uomo, per dirla con Nietzsche, l’uomo della critica che destruttura i valori ma ha ancora in spregio la vita. Ci si è fermati un attimo prima dell’oltre-uomo, la terra a venire è stata soltanto avvistata ma non si è mai raggiunta. In definitiva si è passato facilmente, troppo facilmente, dalla canzone liberatoria alla canzone d’organetto.
....Forse il suo inequivocabile carattere di merce....Infatti. In un ottimo articolo di blow up di dicembre, proprio questa forma viene tematizzata e analizzata. Il rock - e la sua oggetivazione nel 45 piuttosto che nell'oggetto LP - sembra emergere proprio con la scoperta (o l'invenzione?) della categoria dei "giovani" quali soggetti di consumo ludico. Come sempre, il capitalismo forgia le sue fortune ma anche la sua morte. E come sempre sono i soggetti, con le loro spinte verso un oltre (chiamiamolo, se vuoi, essere per la morte e riesumiamo il filosofo in gonnellino tirolese) a determinare i salti nello sviluppo del capitale stesso. Allo stato attuale, il downloading gratuito, la possibilità di registrare un disco con pochissimi mezzi tecnici, l'inflazione della musica (conoscere le tendenze in corso è praticamente impossibile), la progressiva obsolescenza delle riviste specializzate, la fine del formato-disco (chiedi a un qualsiasi giovane d'oggi che musica ha nell'I-Pod e verosimilmente non ti sapraà rispondere) stanno cambiando volto a quello che per convenzione continuiamo a chiamare rock. é la merce-rock che muta forma/formato e che pian piano significa sempre meno. Chi è il chitarrista più rilevante degli ultimi 10 anni? Il disco più importante? Il genere che ha lanciato una moda, un'attitudine? Forse l'invenzione (the great rock'n roll swindle) sta esalando l'ultimo respiro. In tempi di disastrosa love-parade (altro che Altamont ed hell's angels!)non è solo una metafora...puntare alla totalità dell
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