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| I POTERI DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI SUI MIGRANTI |
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| Scritto da Fulvio Vassallo Paleologo | |||||
| domenica 18 luglio 2010 | |||||
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Anche
i successi contro l'immigrazione “illegale” vengono considerati come il frutto
delle norme sempre più restrittive in materia di contrasto dell'immigrazione
irregolare. Un contrasto che molto spesso si risolve con la negazione
dell'accesso al territorio a danno di potenziali rifugiati e con i
respingimenti sommari, come è confermato dalle testimonianze e dai video
diffusi in questi ultimi giorni, dopo la deportazione degli eritrei dal centro
di detenzione di Misurata al carcere militare di Brak, nel deserto libico.
Adesso che la situazione sembra sbloccata, con la liberazione degli eritrei,
frutto della grande mobilitazione mediatica che si è riusciti a promuovere,
occorre garantire che tutti coloro che lo richiedono possano avere accesso alla
procedura di asilo. Siccome la Libia afferma che gli eritrei non sono
richiedenti asilo, ma solo “ospiti temporanei” per tre mesi, occorre realizzare
subito il “resettlement” (reinsediamento) degli eritrei che si trovano in quel
paese, e degli altri potenziali richiedenti asilo che si trovano nella loro
stessa situazione, verso paesi firmatari della Convenzione di Ginevra, che
garantiscano il riconoscimento effettivo del diritto di asilo. Gli eritrei
adesso liberati da Gheddafi vanno sottratti alle organizzazioni criminali che
speculano sui loro disperati tentativi di raggiungere l'Europa. Occorre fornire loro documenti di viaggio ed accesso
libero alle sedi delle organizzazioni umanitarie a vario titolo presenti in
Libia ( come l'ACNUR e l'OIM) che possono, e devono, assicurarne il loro
reinsediamento in un paese europeo.
L'Unione Europea deve darsi carico dell'accoglienza di
alcune centinaia di persone che da anni sono vittime di abusi, effetto
collaterale delle scelte di chiusura dei governi europei e delle politiche di
sbarramento praticate dall'agenzia comunitaria per il controllo delle frontiere
esterne FRONTEX.
L'Italia, da questo punto di vista ha responsabilità
particolari, essendo il paese che, proprio nei confronti degli eritrei
“liberati” a Misurata e a Brak, ha praticato, nell'estate dello scorso anno,
respingimenti collettivi, vietati da tutte le Convenzioni internazionali, per
eliminare gli “sbarchi” in Sicilia, e a Lampedusa in particolare. Una pratica
che dal 2009 ha ridotto drasticamente le richieste di protezione
internazionale, ma che non ha bloccato gli sbarchi, accrescendo i poteri ed i
profitti delle organizzazioni criminali,che si sono presto riorganizzate,
mutando metodi e rotte delle traversate, e ramificandosi sempre di più sui
territori, fino al punto di controllare anche
la successiva movimentazione e l'avviamento al lavoro di coloro che
vengono fatti sbarcare illegalmente sul territorio italiano.
Merita la massima attenzione, malgrado la censura quasi
totale, il recente sbarco di eritrei a Porto Palo di Capo Passero, lo scorso 11
luglio, nel quale sono stati arrestati come scafisti quattro sedicenti libici,
mentre la maggior parte dei migranti sarebbe riuscita a darsi alla fuga. Come riferisce la stampa, “il Gruppo interforze di
contrasto all’immigrazione clandestina, composto da polizia, carabinieri,
guardia di finanza e guardia costiera, ha intercettato subito dopo lo sbarco 24
persone” che si ritiene siano partite da una zona nei pressi di Bengasi. Altre
decine di migranti, tra i quali donne e bambini, sono stati bloccati nei giorni
successivi, e quindi trasferiti nel
centro di accoglienza di Salina Grande, nei pressi di Trapani, mentre la
maggior parte dei loro compagni sembrerebbe fuggita nella clandestinità. Quasi
certamente verso un altro pese europeo.
L'abbandono delle politiche di accoglienza dei
richiedenti asilo ha reso l'Italia un paese da evitare per chi fugge da guerre
e persecuzioni, un paese solo di transito, verso altri stati dell'Unione
Europea che non abbandonano sulla strada i richiedenti asilo ed i rifugiati,
come succede regolarmente in Italia, a Roma, a Piazzale Ostiense, come a
Palermo, con i rifugiati sudanesi lasciati senza acqua in un centro sociale
come il Laboratorio Zeta, perennemente esposto al rischio di sgombero, anche se
da anni il Comune se ne avvale per tamponare le tante emergenze derivanti
dall'assenza di un sistema pubblico di accoglienza. Ed anche i sudanesi del
Laboratorio Zeta di Palermo, durante l'estate, sono costretti ad andare in giro
per la Sicilia a farsi sfruttare come braccianti agricoli per qualche euro
l'ora. Non basta neppure il riconoscimento del diritto di asilo in Italia per
evitare sfruttamento ed esclusione. E quando occorre rinnovare i documenti ci
pensano le questure a mantenere per anni i migranti in una situazione di
incertezza e di precarietà, anticamera delle forme più gravi di
sfruttamento.
Ma è soprattutto la mancata adozione, da parte del
governo, del decreto flussi per lavoro per il 2010, e le limitate possibilità
di ingresso accordate ai migranti stagionali nelle regioni meridionali, anche
per la impossibilità di censire la domanda di manodopera in agricoltura,
effetto delle politiche clientelari a favore dei braccianti agricoli italiani,
che sta rendendo un grosso favore alla criminalità organizzata. La introduzione
del reato di immigrazione e di soggiorno “clandestino”, e le decisioni
restrittive in materia di regolarizzazioni, adottate da molte prefetture,
malgrado gli interventi di sospensiva della giustizia amministrativa, stanno
aumentando in misura esponenziale il numero dei migranti irregolari, e ovunque
si registra una crescita del numero degli immigrati nelle carceri, oltre che
una recrudescenza delle organizzazioni criminali a partecipazione mista,
italiani ed immigrati. Ed era appunto una organizzazione criminale “mista”,
composta da italiani e stranieri, che gestiva da mesi gli sbarchi di migranti,
in prevalenza maghrebini, nei pressi di Agrigento, sulle coste di Palma di
Montechiaro.
Evidentemente la rotta di Lampedusa è ormai troppo
controllata, anche Malta sembrerebbe avere concluso accordi di respingimento
con la Libia, e dunque la Sicilia sta tornando lentamente ad essere luogo di
sbarco con modalità e rotte diverse. Altro che “successi storici” contro
l'immigrazione clandestina. Soltanto negli ultimi giorni si è appreso di uno
sbarco di alcune centinaia di migranti proprio a pochi chilometri da Agrigento,
e di un vero e proprio “centro di smistamento”, ubicato in un casolare che i
trafficanti avrebbero gestito anche in altre occasioni per favorire l'ingresso
irregolare di altre centinaia di persone.
Ancora ieri tre migranti sono stati bloccati ieri nei
pressi di Palma di Montechiaro e come gli altri 106 bloccati pochi giorni fa
durante l'operazione di polizia denominata "Ultima spiaggia", sono
stati trasferiti nel tendone della Protezione civile di Porto Empedocle, “per essere identificati e sottoposti a
controlli sanitari”. Mentre le carceri ed i CIE sono stracolmi, una struttura
di accoglienza rischia di diventare, almeno per qualche giorno, un centro di
detenzione, e probabilmente seguiranno altre espulsioni ed altra detenzione, se
i paesi di provenienza non saranno solleciti ad effettuare i riconoscimenti. Per
chi non sarà rimpatriato, ancora una volta, il destino certo si chiama
clandestinità ed esclusione, con il rischio perenne del carcere. Un rischio che
i datori di lavoro “in nero” ed i caporali sanno sfruttare a loro vantaggio.
Comunque rimane provato che gli sbarchi in Sicilia non sono mai cessati, mentre
i percorsi di ingresso sono diventati più “clandestini”, con un ruolo crescente
della criminalità organizzata, italiana e straniera.
Non sappiamo se la ripresa degli sbarchi in Sicilia sia
un fatto casuale o una conseguenza del blocco delle trattative tra l'Unione
Europea e la Libia, dopo la Risoluzione del Parlamento Europeo del 17 giugno
scorso che denunciava gravi violazioni dei diritti umani in quel paese. Così
come gli sbarchi provenienti dai paesi del Maghreb potrebbero segnalare (o
essere conseguenza di) tensioni, nelle trattative per la rinegoziazione degli
accordi tra l'Italia la Tunisia, l'Algeria, ed il Marocco. Accordi che
dovrebbero consentire un maggior numero di rimpatri, secondo le recenti
indicazioni del ministro dell'interno, e per questa ragione stanno scoppiando
gravi rivolte in tutti i CIE italiani, dal famigerato Vulpitta di Trapani al
centro di via Brunelleschi a Torino. Rivolte, atti di autolesionismo, tentativi
di fuga e conseguenti pestaggi coperti da un vero e proprio segreto militare.
Dopo il precedente dell'accordo “miliardario” tra
Berlusconi e Gheddafi tutti i regimi nordafricani hanno compreso che è
possibile rialzare il prezzo della loro “collaborazione” con gli stati europei,
nelle pratiche di riammissione e di respingimento dei migranti, richiedenti
asilo compresi. Tutto ha un prezzo, anche la vita di uomini, donne, bambini, in
fuga da guerre, malattie e devastazioni ambientali. La chiamano
“esternalizzazione” dei controlli di frontiera e “cooperazione
euromediterranea”. Ma gli aiuti alla cooperazione sono bloccati, mentre si
finanziano soltanto gli apparati militari, i campi di detenzione e le politiche
di espulsione, come i voli charter “congiunti” di rimpatrio. Di certo le
organizzazioni criminali, anche dopo questi accordi bilaterali di riammissione,
estendono sempre più il loro controllo sui migranti, respinti, scacciati,
sottomessi, ridotti al lavoro servile o sfruttati, e nel caso delle donne
sempre più spesso vittima di abusi domestici e di prostituzione forzata. Una
discriminazione sistematica, che talvolta si colora di razzismo, ma che, anche
nel meridione ed in Sicilia, si estende anche verso i nuovi cittadini europei
come i rumeni ed i bulgari. Da Rosarno a Cassibile, i nuovi caporali sono
sempre più spesso immigrati, mentre nelle grandi città le organizzazioni
criminali locali si dividono il territorio con le mafie straniere, dal traffico
della droga al mercato della prostituzione. Ad ogni pacchetto sicurezza, all'inasprimento
delle pene per i reati connessi all'immigrazione irregolare, segue un aumento
del numero di migranti soggetti ai poteri delle organizzazioni criminali, non
certo maggiore sicurezza per i cittadini.
Per battere questa estensione della criminalità
organizzata, da sempre capace di rapportarsi alle varie mafie straniere,
occorre perseguire una politica ed una prassi amministrativa orientata verso la
legalizzazione ed il rispetto dei valori fondamentali della persona affermati
dalla Costituzione italiana, a partire dal diritto di asilo.
Chiediamo con forza una regolarizzazione permanente.
Bisogna sottrarre il destino di centinaia di migliaia di persone al giogo delle
organizzazioni criminali, che oggi spesso si presentano come gli unici soggetti
in grado di garantire reddito e sopravvivenza, e magari anche documenti falsi.
Per il contrasto dell'immigrazione irregolare non bastano le retate e le
carceri. Per ogni canale di ingresso illegale che si chiude, se ne apre
immediatamente un altro. E sarà così fino a quando prevarrà il proibizionismo
delle migrazioni. Ripetiamo, ancora una volta, che vanno previste forme di ingresso legale, anche per ricerca di lavoro, che vanno aumentati i tempi e le occasioni per ricercare una nuova occupazione, per gli immigrati che perdono un lavoro, che va riconosciuto il diritto di ingresso in Italia a coloro che avrebbero diritto all'asilo o ad un altro regime di protezione internazionale. Anche per evitare che qualcuno degli eritrei liberati adesso dai libici sia costretto ad affidarsi a scafisti senza scrupoli. Una scommessa che in tanti, negli anni passati, hanno pagato con la vita.
Palermo, per il 19 luglio, giorno della memoria della
strage di Via D'Amelio
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