Ti sto cercando
Scritto da Ernesto Leone   
gioved 17 luglio 2008

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Lo scorso 27 Giugno e' stato presentato alla libreria Gramigna di Catania la graghic novel di Giuseppe Marchese e Luca Patanè "Ti sto cercando", edita da Tunuè - Editori dell'immaginario . L'albo raccoglie gli umori, le vicessitudini, i silenzi di chi e' costretto a vivere una vita da "stra-niero".
Pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva che in quell'occasione ha tenuto Ernesto Leone [K-p].

 



Vorrei iniziare ringraziando gli autori Giovanni Marchese e Luca Patanè che ci propongono un’opera di sicuro impegno e pregio artistico e, con loro, anche il nostro Fabio, sempre disponibile e generoso nel dare spazio a iniziative culturali di alto spessore. Grazie a Lui la libreria GRAMIGNA è diventata un veicolo unico, prezioso per la diffusione delle idee e della cultura a Catania.

Il luogo in cui ci troviamo si può paragonare, come sosteneva lo scrittore americano Ralph Waldo Emerson(1803-1882), a una grotta magica popolata da uomini morti; magica perché, mediante un prodigio questi esseri tornano a vivere: tale prodigio è la lettura! Ogni qualvolta un lettore prende in mano un libro, lo sfoglia, diventa il Demiurgo capace, col Suo intervento, di dar vita alla vicenda e ai suoi protagonisti.

Nel caso del libro di Giovanni e Luca (non mi riferisco al Vangelo) le cose non vanno propriamente così. Come accade nella vita  reale, qui viene trattata una materia che sfugge di mano! Non siamo cioè, in presenza del solito gioco delle parti con l’eroe buono contro il cattivo antagonista. Questo libro non contiene storie edificanti, quelle classiche, con l’inevitabile lieto Imagefine, consolatorie e soporifere. Tutt’altro! Qui tutto concorre a tener desto il livello di attenzione del lettore: sotto questo aspetto esso è pura caffeina! Mantiene svegli e a disagio. Poi, per una ironica combinazione, questo libro contiene davvero caffeina :  quel colore che varia dal marroncino al giallastro,con minime sottili sfumature, appena sfiorato da lievi tratti di china, è caffè.

Ma torniamo al nostro discorso. Luca e Giovanni hanno certamente voluto scegliere il terreno più arduo e angusto in cui si possa coltivare una storia, il terreno delle migrazioni, un campo di battaglia in cui non ci sono eroi (o, se ci sono, perdono sempre).

Narrare una storia così è tutt’altro che semplice, perché i protagonisti sono uomini che, tristemente,quotidianamente,affrontano l’avventura che, spesso, li conduce alla morte. La morte, poi, non sarebbe da considerare il peggiore dei mali se si pensa a dove e come i sopravvissuti vivranno, privati dei diritti più elementari.

Il libro si compone di più livelli narrativi; uno è quello didascalico che informa sui percorsi attraverso i quali avviene l’arrivo in Italia, dei migranti clandestini; e, poi, sulle detenzioni, i trasferimenti, le fughe, il caporalato, il lavoro nero ecc.. Un altro livello riguarda la vicenda vera e propria: Ali Yassin, un bambino marocchino di 15 anni, giunge clandestino in Italia alla ricerca del padre Hamed di cui da tempo non ha più notizie. Nella vicenda si dipanano i fatti più emblematici che si possano annoverare nel “percorso tipo” delle migrazioni.Assistiamo,quindi,ad una storia di paure, violenza,fame,sfruttamento,persecuzioni,ecc., non generalizzabili,perché a destini simili corrispondono miserie umane differenti. Basti pensare alle vite Imageparallele di Ali e  Costantino entrambi alla ricerca del padr, ma in contesti del tutto dissimili. Ancora un parallelismo si può proporre con Lucien El Kader    l’algerino incontrato sul treno; un ragazzo che,teoricamente vive la stessa condizione di Ali, ma con un padre ignoto (probabilmente francese),che non conoscerà mai. Lucien   lungi da provare sentimenti di solidarietà tende a rimarcare una sua improponibile superiorità e diversità finendo, addirittura, col rubare il denaro di Ali . In un contesto così disumano sono reperibili anche rari interstizi di umanità. Vediamo,così, la coppia di turisti calabresi che aiuta Ali ad eludere il controllo della polizia; i pescatori che gli offrono un lavoro. Ma anche questi casi sono emblematici del modo in cui la gente accoglie i migranti: solidarietà elargita per placare i sensi di colpa o per sfruttare della manodopera a buon mercato.

Infine,abbiamo un livello narrativo fatto di silenzi. Non si tratta solo di un espediente tecnico per descrivere il pensiero e il sogno del protagonista ma anche della presa d’atto dell’impossibilità di comunicare. Queste vignette senza parole mi riportano alla mente la bella novella di Mikola Kostomarov “La rivolta degli animali” in cui gli Ucraini definiscono gli stranieri “nemeç”, cioè muti, perché parlano una lingua che nessuno capisce. Nella stessa condizione vivono i migranti, con l’aggravante del fatto che pochi sono disposti a comprendere le loro ragioni.

E’ ormai consuetudine affermata quella di parlare di questi uomini nei modi e nei limiti dettati ad arte dalle istituzioni ed amplificati dai media che scelgono la via più semplice per ingabbiarli in definizioni quali exstracomunitari(come se si fosse in presenza di extraterrestri), marocchini,negri,mau-mau, ecc..ImagePerlopiù si parla del problema migranti in rapporto alla sicurezza della società civile nazionale. Ma nessun uomo al mondo dovrebbe essere definito un problema: io posso avere dei problemi, non rappresentare un problema; se ciò accade qualcuno sta togliendomi la dignità di uomo e di cittadino. Da Lampedusa a Cassibile, dove abbiamo lavorato con la Rete e con Attac, la cittadinanza tratta i migranti con lo stesso orrore e fastidio che, ordinariamente si prova verso i topi e gli scarafaggi. E’ il sintomo di un arretramento culturale e di un sistema politico sempre più oppressivo e cieco. In un tale contesto, che mi si elimini col DDT o con l’elargizione di un piatto di pasta, rappresenta solo il modo di eliminare il Loro problema e non di risolvere il mio: scarafaggio ero, scarafaggio rimango.

Vorrei consigliare la lettura de “Gli scarafaggi non hanno Re” di Daniel Evan Weiss, di “Firmino” di Sam Savage , “La metamorfosi ” di Franz Kafka, oltre che la visione del film “Il pianeta selvaggio” con gli splendidi disegni animati di Roland Topor, come metafore degli steccati che poniamo tra noi e quegli esseri che abbiamo imparato a considerare diversi( anche quando ci diciamo animati dalle migliori intenzioni).

Perciò dicevamo che queste storie sono difficili da gestire, perché anche il Demiurgo-lettore faticherà ad identificarsi in una umanità percepita ancora come distante .

Per finire, veniamo all’etica e alle responsabilità del Demiurgo-Artista. Da un lato abbiamo un lavoro in cui viene rappresentato un mondo, un modo di essere, di amare le cose belle e quelle ritenute più importanti. Dall’altro lato c’è la storia dell’Arte, col suo modo orribile di celebrare, per esempio, gente che ha dipinto, per una vita intera, mele, pere e frutta varia senza sentirsi idiota. O, ancora di narrare di pittori “maudit” che, inizialmente evitati da tutti in quanto sporchi e immorali,hanno poi, avuto la loro rivincita, hanno venduto, fatto soldi, trasformato in oro la loro sporcizia.

Questa e’ una visione in cui è la merda a fare da protagonista (vedi i barattoli di Manzoni); un gioco di trucchi e stupori che non fa che trasformare merda in merda.

L’Arte può e deve essere anche altrove, lo dimostrano i nostri autori con un libro eccezionale, non solo per la qualità dei disegni e della narrazione, ma in quanto essi “fanno eccezione”,  cioè non mirano ad arricchirsi o a stupirci ma, come dicevamo, sono tanto folli da scegliere il sentiero più impervio,quello della ricerca dei confini. I confini del dolore, della sopraffazione della depravazione, della miseria...esplorare i confini per imparare a capire come eliminarli. Le vicende che Giovanni e Luca ci hanno raccontato non rappresentano un valore astratto, ma un modo di aiutare gli uomini a conoscersi meglio, senza che nessuno si senta stupido o inadeguato: Ali Yassin sta cercando anche noi.

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